Giornata mondiale del rene, la malattia renale cronica è un'emergenza silenziosa che colpisce cervello e muscoli
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Redazione Salute
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Non è soltanto una questione che riguarda il malfunzionamento di due organi deputati alla filtrazione del sangue, quelli che gli esperti, per semplificare, amano paragonare a dei filtri. La malattia renale cronica, di cui oggi ricorre la Giornata mondiale promossa dalla Società Internazionale di Nefrologia (ISN) e dalla Federazione Internazionale delle Fondazioni Renali (IFKF-WKA), si rivela piuttosto come un’onda d’urto capace di riverberarsi su tutto l’organismo, minando dall’interno equilibri che sembrano distanti anni luce da quei piccoli organi a forma di fagiolo posizionati nella parte bassa della schiena. L’appello che arriva dal mondo accademico, e in particolare dalla professoressa Annalisa Noce dell’Università di Roma Tor Vergata, è chiaro nel delineare la portata del fenomeno: stiamo parlando di un killer invisibile che, se non adeguatamente contrastato, è destinato a diventare entro il 2040 la quinta causa di morte a livello globale. Una patologia, questa, che nella sua subdola evoluzione resta spesso silente per anni, per manifestarsi con violenza solo quando il quadro clinico è ormai compromesso e le possibilità di intervento si riducono drasticamente.
Il problema centrale, come spiegano i nefrologi, risiede nella natura sistemica dell’infiammazione che la malattia renale cronica innesca. Non ci si trova di fronte a un semplice deficit della capacità depurativa, ma a una condizione clinica complessa in cui l’accumulo di tossine nel sangue finisce per danneggiare strutture nobili come quelle del sistema nervoso, sia centrale che periferico. Si assiste così a un cortocircuito biochimico che può manifestarsi con neuropatie, stati confusionali, crampi muscolari e un declino cognitivo che peggiora sensibilmente la qualità della vita dei pazienti. Il cuore, i vasi sanguigni e persino i muscoli subiscono il contraccolpo di questa infiammazione sistemica, in un circolo vizioso che la comunità scientifica sta cercando di comprendere sempre più a fondo, anche attraverso lo studio di un attore fino a poco tempo fa sottovalutato: il microbioma intestinale.
L’asse intestino-reni e il ruolo dell’infiammazione silenziosa
Uno degli aspetti più innovativi che emergono dalla ricerca più recente, e che la professoressa Noce sottolinea nel suo intervento, riguarda proprio il legame stretto e bidirezionale tra l’intestino e i reni. Quando la funzione renale comincia a declinare, l’equilibrio della flora batterica intestinale si altera, un fenomeno noto come disbiosi, che a sua volta amplifica lo stato infiammatorio generale dell’organismo. I batteri nocivi, prendendo il sopravvento su quelli benefici, producono una quantità maggiore di tossine uremiche che, non potendo essere adeguatamente filtrate dai reni malati, tornano in circolo aggravando il danno neurologico e cardiovascolare. Si crea così una sorta di dialogo patologico tra organi distanti, un cortocircuito che rende la gestione del paziente complessa e che richiede un approccio terapeutico multidisciplinare, capace di integrare la nefrologia con la neurologia, la cardiologia e la nutrizione clinica.
A testimoniare la diffusione capillare di questa patologia nel nostro paese arrivano i dati forniti dagli ordini professionali. In Toscana, come riportato dal presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze, Pietro Dattolo, si stimano tra le trecentotrentamila persone che convivono con una forma più o meno grave di malattia renale cronica, e di queste circa trecentocinquanta sono attualmente in lista d’attesa per un trapianto. Numeri che fotografano una realtà sanitaria complessa, dove ogni anno circa seicento cittadini toscani sono costretti a iniziare il percorso della dialisi, una procedura salvavita ma estremamente invasiva che incide profondamente sulla vita sociale e lavorativa dei pazienti. La platea dei soggetti a rischio, spiegano i medici, è peraltro in continua espansione a causa della diffusione di patologie come il diabete, l’ipertensione e l’obesità, veri e propri moltiplicatori della probabilità di incorrere in un danno renale significativo.
Prevenzione e strumenti diagnostici per intercettare il danno renale
Di fronte a uno scenario che gli stessi specialisti non esitano a definire emergenziale, la comunità medica italiana sta moltiplicando gli sforzi sul fronte della prevenzione e della diagnosi precoce. Iniziative come quelle organizzate dal Centro Emodialitico Meridionale a Palermo o i presidi di screening allestiti dalle Asl in Piemonte e in Sardegna vanno proprio in questa direzione: offrire alla popolazione esami semplici e gratuiti per intercettare i primi segnali di sofferenza renale. Misurare la pressione arteriosa, controllare la creatinina nel sangue ed eseguire un esame delle urine standard sono test di bassissimo costo, che se effettuati con regolarità soprattutto dai soggetti over 60 o da chi ha familiarità per la malattia, potrebbero davvero fare la differenza tra una vita normale e l’ingresso in un percorso di dialisi. La diagnosi tardiva rappresenta ancora oggi il principale nemico da combattere, ed è per questo che la Giornata mondiale del rene si propone come un’occasione irrinunciabile per accendere i riflettori su una patologia di cui si parla troppo poco, ma che colpisce milioni di italiani, spesso nel più totale silenzio.




