Artemis II, la capsula Orion accende i motori e si dirige verso la Luna dopo oltre 50 anni
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Redazione Scienza e Tecnologia
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L’attesa è finita, e il conto alla rovescia – scandito dai tecnici della NASA prima e dal silenzio surreale dello spazio poi – ha lasciato spazio a un rombo sordo, quello del motore principale della capsula Orion che ha spinto quattro esseri umani fuori dall’orbita terrestre. È successo nella notte, a quasi 25 ore dal decollo dal Kennedy Space Center in Florida, quando il vecchio motore Orbital Maneuvering System, lo stesso che scriveva le leggi della fisica ai tempi dello shuttle, ha acceso i suoi propulsori per quasi sei minuti. Un’accensione, quella definita “translunare”, che ha agito come una vera e propria fionda: accelerando la navicella fino a circa 40.000 chilometri orari, una velocità sufficiente a liberarsi dalla morsa gravitazionale terrestre per puntare dritta verso il satellite, distante quasi 400.000 chilometri.
A bordo ci sono tre astronauti della NASA e un canadese, Jeremy Hansen, che per la prima volta vede un suo connazionale viaggiare così lontano, e la loro destinazione non è un atterraggio, quanto piuttosto un abbraccio stretto con la Luna: un sorvolo ravvicinato che li porterà a sfiorare la superficie dall’altra parte, dove nessun essere umano ha mai posato lo sguardo direttamente. Mentre la navicella – ribattezzata “Integrity” dall’equipaggio – tagliava il confine tra l’influenza terrestre e il vuoto cosmico, il comandante Reid Wiseman ha descritto la scena che aveva di fronte ai finestrini, ammettendo di non sapere cosa aspettarsi ma di essersi trovato davanti all’intero globo, da polo a polo, con l’Africa e l’Europa sullo sfondo e persino le luci dell’aurora boreale visibili in lontananza.
La manovra perfetta e la voce dallo spazio
La manovra di iniezione translunare, insomma, è riuscita alla perfezione, e non è un dettaglio da poco: è stata questa la chiave di volta che ha trasformato un lancio spettacolare in una missione di esplorazione vera e propria. I direttori di volo, dopo aver passato in rassegna le prestazioni quasi impeccabili dell’Orion, hanno dato il via libera definitivo, e il verdetto è stato accolto dall’equipaggio con un entusiasmo malcelato. “Ci stiamo dirigendo verso la Terra molto velocemente”, aveva scherzato Hansen poco prima dell’accensione, “e non vediamo l’ora di accelerare per tornare sulla Luna”.
Quando poi i motori si sono spenti, e il silenzio è tornato a farla da padrone nel modulo, la voce del canadese si è fatta più seria, quasi solenne, per ringraziare i tecnici a terra: “Abbiamo sentito distintamente la forza della vostra perseveranza durante ogni secondo di quella accensione”, ha detto, aggiungendo che l’equipaggio si sente piuttosto bene lassù. Non sono mancati, però, i piccoli intoppi tecnici che rendono umana qualsiasi avventura spaziale: un guasto lampeggiante sul water di bordo – prontamente risolto da Christina Koch, che ora si autodefinisce “l’idraulica dello spazio” – e un tentativo fallito di controllare la posta elettronica da parte del comandante, un problema minore risolto in pochi minuti dal controllo missione.
L’equipaggio e lo sguardo sulla Terra
Mentre l’Orion si allontana a velocità sostenuta, lasciandosi alle spalle l’orbita bassa che per decenni ha rappresentato il limite massimo per l’esplorazione umana, i quattro astronauti sembrano vivere ancora quello stato di incredulità tipico di chi realizza solo dopo il proprio destino. Jeremy Hansen ha ammesso che, nonostante i mesi di preparazione, il momento in cui i razzi si sono accesi lo ha colto di sorpresa, regalandogli un sorriso ebete stampato in faccia per tutto il tempo. Victor Glover, pilota della missione destinato a diventare il primo afroamericano a compiere questo viaggio, ha invece offerto una riflessione più filosofica guardando il pianeta che si rimpiccioliva.
“Fidatevi, la Terra è bellissima”, ha detto, “ma appare anche come una cosa sola: Homo sapiens siamo tutti noi, non importa da dove vieni”. È una prospettiva, quella che si ha dallo spazio, che cancella i confini e le divisioni, e che in questa fase storica – con il presidente Trump di nuovo alla Casa Bianca e tensioni internazionali che influenzano persino il prezzo del petrolio – suona quasi come un controcanto necessario, anche se nessuno a bordo ha voluto scendere in dettagli politici.
Verso il sorvolo lunare
Il viaggio, della durata complessiva di dieci giorni, porterà ora l’equipaggio a percorrere una traiettoria a forma di otto attorno al nostro satellite, un percorso studiato nei minimi dettagli dagli ingegneri della NASA per sfruttare la gravità come una risorsa. L’appuntamento più atteso è per l’inizio della prossima settimana, quando la capsula Orion eseguirà il sorvolo ravvicinato della Luna, passando a soli poche migliaia di chilometri dalla superficie e inquadrando il lato oscuro – quello che la faccia rivolta verso la Terra non mostra mai – con una luce radente che esalterà crateri e rilievi come non mai. Per ora, l’unico pensiero dei quattro è quello di godersi lo spettacolo, tanto che lo stesso Hansen ha confessato al centro di controllo che nessuno riusciva ad andare in pausa pranzo perché erano tutti incollati al finestrino a fotografare.
A oltre 50 anni dall’ultima volta che l’uomo ha osato allontanarsi così tanto dalla sua culla, la missione Artemis II rappresenta quindi il primo, vero passo di una nuova era di esplorazione. Non c’è un atterraggio in programma, ma questo volo serve proprio a testare i sistemi di supporto vitale e la resistenza della navicella in vista delle missioni future, quelle che riporteranno l’uomo a camminare sulla polvere lunare. La capsula Orion, dal canto suo, sta rispondendo bene, e il suo equipaggio – un misto di veterani e pionieri – continua a inviare immagini e dati che tengono col fiato sospeso gli scienziati a terra, impegnati a risolvere i piccoli problemi quotidiani della vita a bordo.




