Artemis ii, la terra vista dalla capsula orion e il nuovo razzo sls verso la luna

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La fotografia arriva da un finestrino della navicella Orion, e chi la guarda – quasi potesse toccare con lo sguardo quel disco azzurro e screziato di bianco – si rende conto di quanto sia, in fondo, minuscola la nostra casa nel grande buio dello spazio. A scattarla, l’astronauta della Nasa e comandante della missione Artemis II, Reid Wiseman, che in queste ore sta guidando l’equipaggio verso un obiettivo che non ha solo il sapore della conquista tecnologica: il sorvolo della Luna. Il viaggio, iniziato dopo il lancio del razzo lunare di nuova generazione, lo Space Launch System (SLS), rappresenta il primo volo abitato del programma Artemis, e a bordo – insieme a Wiseman – ci sono altri tre membri dell’equipaggio, tutti intenti a verificare i sistemi della capsula in vista di futuri allunaggi.

Il razzo SLS, che gli ingegneri della Nasa descrivono come il più potente mai costruito, ha spinto la Orion fuori dall’orbita terrestre con una precisione chirurgica, e ora la navicella procede silenziosa nel vuoto, schermata dalle radiazioni e sostenuta da un modulo di servizio europeo. Le immagini di repertorio, come quella scattata il 2 aprile 2026 sopra Ronda, in Spagna – dove la Luna nella fase gibbosa crescente faceva da corona a un cielo ancora terso – aiutano a comprendere la portata dell’evento: non si tratta soltanto di tornare sul nostro satellite, cosa già fatta cinquant’anni fa con il programma Apollo, ma di restarci, costruendo infrastrutture e testando tecnologie che serviranno per Marte.

Dalle agenzie di stampa, come la Reuters, arrivano scatti d’archivio che documentano il momento del decollo, eppure la cronaca di questi giorni (siamo nella settimana del 6 aprile 2026) è fatta anche di altre immagini, quelle che Wiseman stesso invia a terra: la Terra vista dall’alto, rotonda e fragile, con l’atmosfera che sembra un velo sottilissimo. Nessun dettaglio tecnico viene diffuso sulla velocità o sulla quota raggiunta, ma si sa che la Orion si muove su una traiettoria di sorvolo lunare, senza atterrare, per raccogliere dati preziosi sul comportamento della capsula in ambiente profondo.

Borse chiuse in mezza europa e l’agenda delle istituzioni tra festività e appuntamenti

Mentre lo spazio attira gli sguardi verso l’alto, la terra tiene i piedi ben piantati negli affari quotidiani, e lunedì 6 aprile 2026 si presenta con un calendario finanziario vistosamente alleggerito. Le borse di Londra, Francoforte, Parigi, Milano, Madrid, Sidney, Hong Kong e Shanghai restano chiuse per festività, un silenzio che si riverbera sui mercati e che costringe gli operatori a riorganizzare le scadenze. Nessun timbro di contrattazione, dunque, per il Regno Unito, la Germania, l’Australia, la Francia, l’Italia, Hong Kong, la Cina e la Spagna: un lunedì di pausa che interrompe la consueta raffica di dati macroeconomici.

Il giorno successivo, martedì 7 aprile, l’attenzione si sposta sugli appuntamenti istituzionali, in particolare quelli legati all’Energy Information Administration (EIA) statunitense – l’ente che vigila sui dati petroliferi e sulle scorte strategiche – mentre in Italia il Maxxi apre le porte a una mostra dal titolo “Tragicomica: l’arte dal secondo dopoguerra”. Tra le opere esposte, segnaliamo l’inchiostro di china di Adelaide Cioni (“Kant_o_Heidegger”, 2022), la celeberrima “Merda d’artista” n. 58 di Piero Manzoni (maggio 1961), una scatoletta di latta che sfida ogni convenzione, e ancora i lavori di Roberto Cuoghi (“SS(XLIPS)MM”, 2020, resina e silicone) e di Adrian Paci (“Centro di Permanenza Temporanea”, 2007, fotografia). La rassegna, che include anche Gino De Dominicis con “Statua (figura distesa)” (1979) – cappello di paglia e pantofole di tessuto – e Paola Pivi con “Senza titolo (asino)” (2003), testimonia la vitalità di un’arte che non smette di interrogare la realtà.

Il rottame nel deserto di isfahan e l’ombra del conflitto tra stati uniti, israele e iran

Un’immagine diffusa il 5 aprile 2026, e ottenuta dai social media, mostra quella che sembra essere la carcassa di un velivolo americano nei pressi di Isfahan, in Iran. Accanto ai rottami, il rotore di un elicottero: secondo l’analista di immagini forensi William Goodhind, quei reperti sarebbero compatibili con un MC-130J o con un HC-130J, entrambi in uso alle forze statunitensi. Lo scenario è quello del conflitto aperto tra Stati Uniti, Israele e Iran, un triangolo di tensioni che da mesi tiene in scacco il Medio Oriente. Non ci sono dichiarazioni ufficiali né sulla provenienza dei rottami né su eventuali vittime, e l’analisi di Goodhind si basa unicamente su elementi morfologici e sulle caratteristiche tecniche dei relitti visibili nella fotografia.

Quel che emerge, con la nettezza di un macigno, è che il confronto militare ha ormai valicato i confini della guerra per procura, coinvolgendo direttamente apparecchiature a stelle e strisce sul territorio iraniano. Nessuna conferma, però, arriva dal Pentagono, né dal ministero della difesa di Teheran: le immagini viaggiano sui social, vengono riprese dalle agenzie (Reuters le ha diffuse) e alimentano la ridda di ipotesi su un abbattimento o su un incidente meccanico. Nel silenzio delle cancellerie, resta intanto il dato di fatto: un velivolo riconducibile all’arsenale Usa è finito a pezzi nel deserto di Isfahan, e la guerra – già caldissima – aggiunge un altro tassello di polvere da sparo.

Beirut, un ragazzo dorme accanto alle rose e il respiro leggero di una città esausta

Sul lungomare di Beirut, domenica 5 aprile 2026, un ragazzo dorme all’aperto. Accanto a lui, le rose che vende ai passanti per guadagnarsi da vivere: le ha sistemate in un piccolo spazio, quasi a formare un giardino improvvisato, e il suo disteso sembra voler dimenticare, per qualche ora, il peso di una giornata di stenti. La fotografia, scattata da un viandante lungo la passeggiata che costeggia il mare, racconta di un Libano esausto, strozzato dalla crisi economica e dall’assenza di prospettive. Il ragazzo non ha un’età certa, né un nome che i giornali possano riportare: è uno dei tanti volti che la guerra – quella siriana prima, quella delle banche poi, quella del crollo della lira libanese – ha spinto ai margini. Le rose, intanto, sono lì, rosse e delicate, a marcare il contrasto tra la fragilità di chi dorme e la durezza di una città che non si ferma mai del tutto.

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