Artemis II, 54 anni dopo l’ultima volta la luna chiama di nuovo

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Sarà nella notte tra mercoledì primo aprile e giovedì due aprile, salvo contrordini dettati dalla fisica o da qualche sensore recalcitrante, che quattro esseri umani faranno ritorno nei pressi della Luna. L’hanno abbandonata nel dicembre del 1972, quando l’equipaggio dell’Apollo 17 ne aveva preso l’ultima volta la polvere sotto gli stivali. Da allora – e non è un’iperbole, è solo cronologia – non c’è stata altra presenza umana se non occhi puntati dal basso o sonde robotiche a graffiarne la superficie. Ora, da Cape Canaveral, il razzo più potente mai assemblato dalla Nasa aspetta il suo momento. Si chiama SLS, tiene sulle spalle la capsula Orion, e dentro ci sono Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Nessuno di loro metterà piede sul suolo lunare, ma questo volo – Artemis II – rappresenta l’unica vera porta d’accesso a quello che verrà dopo: l’allunaggio, le basi, la sfida dichiarata alla Cina per stabilire una presenza stabile.

Il conto alla rovescia e le finestre di lancio fino al sei aprile

L’attesa è finita, se l’hardware terrà il colpo. I tecnici del Kennedy Space Center hanno lavorato per mesi a eliminare perdite, problemi di ventilazione e malfunzionamenti dei parafulmini, e ora il direttore del lancio, Charlie Blackwell-Thompson, si dice più che fiducioso. «Decolleremo quando l’hardware sarà pronto – ha spiegato in conferenza stampa – ma tutte le indicazioni sono che in questo momento siamo in ottima, ottima forma». La prima opportunità utile cade nella notte tra mercoledì primo e giovedì due aprile; se qualcosa dovesse andare storto, ce ne saranno altre fino al sei aprile. Finestre di lancio, queste sì, calcolate al secondo per sfruttare l’allineamento orbitale e permettere a Orion di tracciare la rotta giusta intorno al lato oscuro della Luna. Non è un volo turistico, è un test.

Dieci giorni per polverizzare sei record e aprire la strada al 2028

La missione durerà dieci giorni, non uno di più. Quattro astronauti – tre statunitensi e un canadese, che è Jeremy Hansen – si spingeranno più lontano dalla Terra di chiunque altro prima di loro, superando persino la distanza toccata dagli Apollo. E lo faranno infrangendo, senza neppure troppo rumore mediatico, almeno sei primati storici: la prima donna (Christina Koch) a viaggiare così nel profondo dello spazio, la prima persona di colore (Victor Glover) a fare altrettanto, il primo non americano a bordo di una missione lunare Nasa. Non si tratta di quote simboliche, ma di scelte precise che raccontano un’agenzia spaziale cambiata rispetto agli anni Settanta. La capsula Orion, nel frattempo, verrà stressata come non mai: scudi termici, sistemi di supporto vitale, propulsione e navigazione. Tutto deve funzionare alla perfezione, perché senza il successo di Artemis II non ci sarà alcun Artemis IV. Ed è proprio quest’ultima, nel 2028, la missione che dovrebbe riportare gli stivali umani sulla Luna.

La traiettoria, il lato oscuro e la sfida tecnica di una generazione

La traiettoria è stata studiata nei minimi dettagli: Orion non entrerà in orbita lunare, ma la aggirerà sfruttando un’orbita retrograda distante che la porterà a oltre 70mila chilometri dalla superficie nascosta. Lì, nel silenzio radio più assoluto – nessuna comunicazione diretta con la Terra per quasi quaranta minuti – i quattro dovranno dimostrare di saper gestire l’isolamento, l’autonomia e la speranza che tutto sia stato assemblato a regola d’arte. Non ci sono atterraggi in programma, né passeggiate spaziali. L’obiettivo è tornare indietro interi e con i dati sufficienti per certificare Orion. Se tutto andrà secondo i piani, tra tre anni qualcuno scenderà davvero. E quella volta, a differenza del 1972, non se ne andrà più.

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