Artemis II, la Orion ammara nel Pacifico: quattro astronauti rientrati dopo il record di distanza

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La capsula Orion è tornata a solcare l’atmosfera terrestre per poi posarsi, con un’ammaraggio controllato, sulle acque dell’oceano Pacifico, al largo della California, a sud-ovest di San Diego. L’evento – avvenuto alle 17,07 locali, le 2,07 della notte in Italia – ha segnato la conclusione della missione Artemis II, la prima dopo cinquantasei anni a portare un equipaggio in orbita lunare, un’impresa che per certi versi richiama alla memoria il volo dell’Apollo 8. A bordo della navicella, quattro astronauti: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, tutti rientrati sani e salvi dopo aver percorso una distanza complessiva di 694.481 miglia. Con questo traguardo, la NASA ha superato il record di lontananza dalla Terra stabilito dall’Apollo 13 nel lontano 1970, un dato che impreziosisce ulteriormente il profilo tecnico della missione.

Un ammaraggio complesso e correnti insidiose

Subito dopo lo splashdown, però, le operazioni di recupero non sono seguite il copione previsto. I soccorsi – che avrebbero dovuto affiancarsi alla nave di recupero per mettere in sicurezza la capsula e trainarla fino al ponte – si sono trovati a fronteggiare forti correnti, le stesse che hanno reso quasi impossibile stabilizzare la Orion. A oltre un’ora e mezza dall’impatto con l’acqua, dunque, gli specialisti hanno dovuto cambiare strategia: niente attesa per il trasporto della navicella, ma l’estrazione immediata dei quattro astronauti, aiutati a salire sui gommoni che li hanno poi portati al sicuro. Un fuoriprogramma gestito senza particolari criticità per i membri dell’equipaggio, ma che testimonia quanto l’ambiente marino possa complicare persino le fasi finali di una missione altrimenti impeccabile.

Il sorvolo ravvicinato e le immagini dello splashdown

Le telecamere hanno ripreso la capsula Orion subito dopo il contatto con l’acqua, mostrandola ancora integra, galleggiante sotto un cielo californiano già scuro. Quelle stesse immagini – diffuse a caldo dalla NASA – hanno offerto al pubblico un dettaglio inedito: la superficie abrasa dello scudo termico, segno tangibile del rientro ad altissima velocità. La scelta di ammarare al largo di San Diego, tra l’altro, non è stata casuale: la zona garantisce acque relativamente protette e una logistica collaudata, anche se le correnti di questa primavera hanno evidentemente riservato qualche sorpresa.

Un record che parla da sé

La distanza percorsa di 694.481 miglia – superiore a quella di qualsiasi missione umana precedente, compresa la celebre Apollo 13 – colloca Artemis II in un club ristrettissimo di voli spaziali. Basti pensare che l’equipaggio ha orbitato attorno alla Luna senza allunare, ma spingendosi più lontano di quanto chiunque avesse mai fatto prima, un risultato che gli stessi astronauti hanno potuto verificare guardando la Terra rimpicciolirsi alle loro spalle. Per il programma Artemis, che punta a un ritorno stabile sul suolo lunare, questo volo rappresenta una pietra miliare: la prima prova con esseri umani a bordo del sistema Orion, dopo il test senza equipaggio del 2022. Ora, con il rientro riuscito – nonostante le difficoltà logistiche post-ammaraggio – si apre la fase di analisi dei dati, mentre i quattro membri dell’equipaggio verranno sottoposti a controlli medici di routine.

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