Artemis II, lo schiaffo del Pacifico e il ritorno sulla Terra dopo 50 anni

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   L’occhio del Pacifico, quello stesso che ha inghiottito silenzi e rottami di altre imprese, ha restituito ieri mattina – erano le 2:07 e 47 secondi in Italia – i quattro uomini e donne di Artemis II. Un botto sordo, quasi di gomma contro cemento bagnato, ha preceduto la nuvola di spruzzo bianco sollevata dalla navicella Orion. Poi il silenzio, subito rotto dagli applausi nel Mission Control di Houston, ha certificato il riuscito ammaraggio al largo di San Diego. Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen, dopo dieci giorni di volo e un giro ravvicinato intorno alla Luna, sono tornati a casa.

Il calore del rientro e lo scudo termico sotto esame

La fase più delicata dell’intera missione, quella che i tecnici della Nasa hanno monitorato con il fiato sospeso, è stata però il rientro atmosferico. L’attrito con l’aria – e qui sta il nodo tecnico che ancora tiene banco – ha portato lo scudo termico della Orion a sfiorare i 2.700 gradi. Un’infermiera di temperatura che nessun materiale avrebbe retto senza quella protezione ceramica, la stessa che aveva già destato qualche preoccupazione nei test precedenti. Il timore, alimentato da vecchi rapporti interni all’agenzia, era che potessero formarsi delle cavità interne o un’ablazione irregolare. Invece, almeno in questa fase, il comportamento dello scudo ha retto. I quattro astronauti, tutti in «ottime condizioni» come ha confermato la stessa Nasa, hanno attraversato quel muro di fuoco senza che nessun sensore segnalasse anomalie.

Distanze record e il lato nascosto fotografato

Quel che pochi avevano ricordato, prima dell’ammaraggio, è che Artemis II rappresenta il primo equipaggio a completare una missione attorno alla Luna dal 1972. Non solo: durante il volo, la Orion si è spinta a distanze record dalla Terra, allontanandosi più di qualsiasi altra capsula abitata nella storia delle esplorazioni lunari. Gli astronauti hanno avuto modo di sorvolare il lato nascosto del satellite – quello che non si vede mai dalla nostra finestra terrestre – e di scattare centinaia di fotografie che ora verranno consegnate alla Nasa. Christina Koch, che nel frattempo aveva già detenuto il record per il volo spaziale più lungo mai effettuato da una donna, ha descritto il passaggio come «un silenzio diverso, più pieno», anche se le comunicazioni con la Terra, in quella fase, erano naturalmente interrotte.

L’ammaraggio e le prime parole del comandante

Il momento dell’impatto con l’acqua – una manovra che richiede una precisione quasi chirurgica, considerando che una traiettoria sbagliata di pochi decimi di grado avrebbe potuto scaraventare la capsula a centinaia di chilometri dal punto previsto – è stato seguito in diretta dai centri di controllo. La sequenza: apertura dei paracadute principali, decelerazione brusca, poi lo «schiaffo» sul Pacifico. «Che viaggio», ha esclamato il comandante Reid Wiseman appena i soccorritori hanno aperto il portello. Un commento secco, senza retorica, che dice molto della tensione accumulata in quei dieci giorni. I quattro sono stati immediatamente prelevati da una nave della Marina americana, sottoposti a una prima visita medica di routine e poi trasferiti in una struttura chiusa per le prime analisi approfondite. Nessun segno di affaticamento eccessivo, nessuna frattura, nessun problema di decompressione.

Il contesto giudiziario e le inchieste parallele

Vale la pena ricordare, senza divagare in facili entusiasmi, che il successo di Artemis II arriva mentre la Nasa è ancora al centro di un’inchiesta interna – non ancora conclusa – relativa ad alcuni appalti per lo sviluppo del sistema di supporto vitale. Un’indagine, quella avviata dall’ufficio dell’ispettore generale, che aveva sollevato dubbi sulla certificazione di alcuni componenti critici della Orion. Nessuna di queste criticità, a quanto risulta, ha però influito sulla missione. Il rientro senza intoppi rappresenta quindi anche un’occasione per l’agenzia spaziale americana di rispondere, con i fatti, a chi aveva chiesto maggiori verifiche. Artemis II ha restituito i suoi quattro esploratori all’oceano, e con loro ha restituito alla Nasa la possibilità di guardare avanti.

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