Il ritorno degli eroi di Artemis II: “La terra è una scialuppa nel nero infinito”
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Houston, la città che da decenni ascolta il silenzio dello spazio, ha risposto questa volta con un fragore di abbracci e lacrime. All’Ellington Field, a pochi chilometri dal Johnson Space Center e dal celebre centro di controllo missione, l’amministratore della Nasa Jared Isaacman e la direttrice Vanessa Wyche hanno ricevuto i quattro astronauti di Artemis II come se fossero reduci da un’odissea omerica, più che da una missione scientifica. Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – quest’ultimo, va ricordato, rappresentante dell’agenzia spaziale canadese – hanno messo piede sulla terraferma dopo aver circumnavigato la Luna, riportando con sé non solo dati tecnici, ma una frase destinata a restare: “Vista dallo spazio, la Terra era semplicemente una scialuppa di salvataggio sospesa, indisturbata, nell’universo”. Parole che Koch, prima donna ad aver viaggiato così vicina al suolo lunare, ha scelto di condividere nel suo primo intervento pubblico al rientro, al termine di una serie di controlli medici e del commovente ritrovo con le rispettive famiglie.
Se c’è un’immagine che riassume il clima di quei momenti, è quella di un gruppo di uomini e donne in tuta blu che si stringono senza parlare, perché le parole – come loro stessi hanno ammesso – faticano a stare dietro all’esperienza. “Un’esperienza incredibile”, hanno ripetuto più volte, quasi come un mantra, durante il breve incontro al Johnson Space Center. E incredibile lo è stata davvero, se si considera che la capsula Orion ha viaggiato a 300mila chilometri dalla propria abitazione, un puntino azzurro che loro, dall’alto, hanno imparato a vedere per quello che è: una scialuppa di salvataggio nel nero infinito. Non un pianeta dominatore, non una culla sicura, ma un guscio fragile sospeso nel vuoto. Una prospettiva, questa, che raramente emerge dai comunicati stampa dell’agenzia spaziale, ma che qui è stata raccontata con la voce rotta dall’emozione di chi ha guardato indietro.
Il comandante e quel legame “per sempre”
Reid Wiseman, comandante della missione, ha preso la parola davanti al pubblico del centro texano e ha scelto un’espressione che suona quasi come un giuramento laico: “Siamo legati per sempre”. Non si trattava di una frase retorica, a giudicare dal modo in cui gli altri tre membri dell’equipaggio annuivano, ancora avvolti in quella bolla psicologica che solo un viaggio oltre l’orbita terrestre può creare. Wiseman ha descritto le sensazioni vissute a bordo di Orion – il silenzio innaturale quando la Terra diventa una falce, l’odore metallico del riciclo dell’aria, la consapevolezza che ogni minuto di comunicazione con Houston richiedeva più di un secondo per andata e altrettanto per il ritorno. Nessun dettaglio cruento, nessun colpo di scena: solo la cronaca di una routine straordinaria diventata, nel giro di pochi giorni, la nuova normalità per quei quattro esseri umani.
Artemis II, la Luna e quella porta che si spalanca su Marte
Il successo della missione, conclusasi ufficialmente ieri, non è stato celebrato solo con abbracci. C’è stata, negli interventi dei dirigenti Nasa, una nota più fredda e programmatica: il programma Artemis ha ora un’evidenza concreta che la Luna è più vicina, e non solo in termini di chilometri. La riuscita del volo di collaudo intorno al satellite – senza allunaggio, in questa fase – ha fornito le certificazioni necessarie per guardare avanti, verso quella che dovrebbe essere la prossima tappa: il ritorno di un uomo (e questa volta, è sottinteso, anche di una donna) sulla superficie lunare. Ma c’è dell’altro, perché negli occhi degli ingegneri e dei funzionari presenti si leggeva anche un’altra ambizione, appena sussurrata tra le righe dei discorsi ufficiali: Marte.
Un ottimismo da tempi difficili, e quella nostalgia degli anni Sessanta
Eppure, al di là delle tappe tecniche, ciò che ha colpito osservando la scena di Houston è stato un sentimento difficile da misurare con gli strumenti di bordo: un’ondata di ottimismo, rara e quasi sorprendente in questo frangente storico segnato da guerre, crisi energetiche e cortocircuiti politici. Gli stessi astronauti, nel loro racconto frammentario, hanno lasciato trasparire la sensazione di aver riconnesso il presente con un’idea di futuro che molti credevano perduta. Quella stessa idea, per intenderci, che negli anni Sessanta faceva dire a un bambino che da grande avrebbe voluto fare l’astronauta senza che nessuno lo guardasse come un sognatore ingenuo. Un progresso incessante, inesorabile e in fondo felice: ecco il fantasma che aleggiava tra le tribune dell’Ellington Field. I quattro di Artemis II non hanno fatto promesse, non hanno lanciato proclami. Si sono limitati a raccontare che cosa si prova a essere una scialuppa di salvataggio. E forse, in un’epoca che ha smarrito la rotta, questo racconto ha già il sapore di una bussola.




