Artemis II, il rientro degli astronauti dopo la storica missione che ha riscritto i record dello spazio

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è un’immagine che appartiene all’immaginario collettivo americano, quella delle casette bianche e dei vialetti dei sobborghi, dove Reid Wiseman, oggi comandante della missione Artemis II, trascorse un’infanzia fatta di prati rasati e biciclette a Cockeysville, nel Maryland. Era l’inizio degli anni Ottanta, e in televisione le repliche della prima serie di Star Trek proiettavano l’equipaggio dell’Enterprise – Kirk, Spock e il dottor McCoy – attraverso galassie inesplorate, un sogno che per Wiseman e i suoi tre colleghi si è infine tradotto in una traiettoria reale, culminata poche ore fa con l’ammaraggio della capsula Orion al largo della California. La missione, iniziata il primo aprile da Cape Canaveral, si è conclusa con il “splashdown” della navicella nell’Oceano Pacifico, precisamente alle 17:07 locali (le 2:07 in Italia) al largo di San Diego, chiudendo un viaggio di dieci giorni che ha riportato l’umanità a orbitare attorno alla Luna a distanza di 56 anni dal volo dell’Apollo 8.

L’ammaraggio perfetto e la fase più critica del rientro

La capsula Orion, rallentata da una sequenza regolare di paracadute, ha toccato l’acqua senza intoppi, nonostante il timore che aleggiava sul centro di controllo riguardo allo scudo termico. L’attrito con l’atmosfera, infatti, ha esposto il veicolo a temperature estreme – si parla di 2.700 gradi Celsius – durante la fase di rientro, quella storicamente più delicata per qualsiasi missione spaziale. L’equipaggio, composto da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen, ha così potuto constatare la tenuta della loro navicella, soprannominata “Integrity” (Integrità), superando un blackout nelle comunicazioni durato diversi minuti. Il respiro di sollievo è stato quasi universale quando, riaperto il contatto, i quattro astronauti hanno conferrato al centro di controllo di essere stabili e in perfette condizioni, definendo l’intera esperienza “un viaggio straordinario”.

Il record di distanza e il sorvolo del lato nascosto

Durante questa odissea, durata complessivamente poco più di nove giorni, la NASA ha potuto registrare un nuovo primato: la distanza massima raggiunta dall’equipaggio dalla Terra è stata di 694.481 miglia (oltre 1,1 milioni di chilometri percorsi in totale), superando il record stabilito dall’equipaggio dell’Apollo 13 nel lontano 1970. Il momento clou della missione è stato il sorvolo del lato nascosto della Luna, una regione che nessun occhio umano aveva mai potuto osservare direttamente prima d’ora. Gli astronauti hanno immortalato il paesaggio lunare con centinaia di fotografie, osservando crateri e conformazioni geologiche che forniranno dati preziosi per le agenzie spaziali. Oltre alla spettacolarità dei paesaggi, il team ha assistito a un’eclissi solare totale, un evento che Victor Glover ha descritto come una delle esperienze più intense della missione, capace di “lasciare tutti senza parole”.

Un viaggio tra tecnica ed emozioni private

Se dal punto di vista tecnico la missione è filata liscia – a parte qualche piccolo inconveniente con il sistema idrico e il malfunzionamento dei servizi igienici della capsula, risolto dalla stessa Christina Koch nei panni di “idraulica dello spazio” – il viaggio ha riservato anche momenti di profonda umanità. Nel corso della trasmissione in diretta, gli astronauti hanno chiesto il permesso di battezzare due crateri lunari con i nomi della loro navicella e della defunta moglie del comandante Wiseman, un tributo che ha rotto la rigidità del protocollo scientifico per lasciare spazio a un gesto intimo. Ora che i piedi sono tornati a toccare il suolo terrestre – o meglio, la tolda della nave di recupero USS John P. Murtha – l’equipaggio può finalmente consegnare ai tecnici la mole di dati raccolti, certi di aver aperto la strada alle prossime tappe del programma spaziale americano.

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