Il ritorno sulla Luna: Artemis II è in volo, quattro astronauti verso l’orbita lunare dopo 53 anni

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è un istante, nella lunga sequenza che porta al decollo di una missione spaziale con equipaggio, in cui il silenzio della sala di controllo si fa quasi assoluto, rotto soltanto dal ritmo metallico del conto alla rovescia. Alle 00:35 italiane del 2 aprile, quel silenzio è stato squarciato dalla spinta inesorabile del razzo Space Launch System (SLS), che dal Kennedy Space Center in Florida ha riacceso il sogno – e la sfida – dell’esplorazione umana dello spazio profondo. A bordo della capsula Orion, che ora si sta allontanando dalla Terra a velocità vertiginosa, ci sono gli astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen: sono loro i protagonisti di Artemis II, la prima missione con equipaggio a dirigersi verso la Luna in oltre mezzo secolo.

È un viaggio che per certi versi ripercorre le gesta dell’era Apollo, ma che si sviluppa con tecnologie e ambizioni profondamente diverse. Il vettore, alto 98 metri, ha impresso alla capsula una spinta tale da permetterle di inserirsi in un’orbita ellittica attorno alla Terra, una fase cruciale in cui il team – supportato a terra dai tecnici del Johnson Space Center – ha iniziato a testare per la prima volta in condizioni operative reali i sistemi di supporto vitale e le capacità di pilotaggio manuale del veicolo. La missione, progettata per durare circa dieci giorni, porterà i quattro membri dell’equipaggio – tre americani e un canadese – a percorrere oltre due milioni di chilometri, spingendosi più lontano di quanto abbia mai fatto l’uomo, fino a sorvolare il lato nascosto del nostro satellite.

La sfida della distanza e la tecnologia europea a bordo

Prima di puntare decisamente verso la Luna, l’equipaggio dovrà superare un esame fondamentale nella cosiddetta “alta orbita terrestre”, dove rimarrà per circa 24 ore. In questa finestra temporale, i quattro astronauti condurranno una serie di manovre di dimostrazione, tra cui una simulazione di attracco con lo stadio superiore del razzo, allo scopo di valutare la reattività e la precisione del controllo manuale di Orion in prossimità di un altro oggetto spaziale. Solo dopo aver superato con successo questa fase, il modulo di servizio europeo (ESM) – un elemento cruciale costruito da Airbus per conto dell’Agenzia Spaziale Europea – accenderà i suoi motori per l’accensione cruciale che immetterà la capsula sulla traiettoria di trasferimento lunare. Questo modulo, che fornisce alla capsula non solo la propulsione ma anche l’energia elettrica, l’acqua e l’ossigeno necessari, rappresenta il contributo tangibile della cooperazione internazionale a un programma che vede gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, tornare a guidare la corsa allo spazio profondo.

Le tute indossate dagli astronauti, di un brillante arancione che richiama alla mente quelle degli shuttle, sono il frutto di un’evoluzione tecnologica mirata: il sistema Orion Crew Survival System è stato realizzato su misura per ciascuno di loro, combinando comfort e mobilità con la necessità di garantire la massima protezione durante le fasi più dinamiche, come l’attracco e il successivo rientro atmosferico. Dopo aver raggiunto la piattaforma di lancio e aver firmato il registro nella “stanza bianca”, i quattro esploratori hanno indossato questi caschi e le loro tute con la calma che precede la tempesta, assistiti da un team di tecnici che ha effettuato gli ultimi controlli di tenuta e di connettività.

Verso il sorvolo e il programma futuro

La traiettoria prevista è di quelle che non ammettono errori. Dopo aver completato l’inserimento in rotta, Orion e il suo equipaggio impiegheranno diversi giorni per raggiungere le vicinanze della Luna. Il momento clou del viaggio arriverà con il sorvolo ravvicinato del lato nascosto, un’area che nessun occhio umano ha mai potuto osservare direttamente se non attraverso le fotografie delle sonde automatiche. Per circa 48 ore, il contatto con la Terra sarà interrotto, un momento di solitudine cosmica che renderà i quattro astronauti gli esseri umani ad aver raggiunto la distanza maggiore dal nostro pianeta, superando il primato stabilito dall’equipaggio dell’Apollo 13. In questa occasione, non ci sarà un allunaggio, ma la manovra sfrutterà la gravità lunare per “fiondare” la capsula sulla traiettoria di rientro verso il Pacifico, dove è previsto l’ammaraggio.

Se il volo di collaudo avrà successo, e se i dati raccolti sui comportamenti dello scudo termico – che durante Artemis I aveva mostrato un’erosione non prevista – confermeranno la piena affidabilità del sistema, la Nasa procederà spedita con le tappe successive del programma. Le missioni Artemis III e IV, la cui timeline è stata recentemente riadattata, mirano a riportare l’uomo sulla superficie lunare entro il 2028, con l’obiettivo dichiarato di stabilire una presenza sostenibile al polo sud del satellite, l’area in cui è stata osservata la presenza di acqua sotto forma di ghiaccio e che rappresenta il punto di partenza ideale per una futura infrastruttura permanente. Per questa notte, però, gli occhi del mondo restano puntati su quella piccola capsula che, navigando nel buio, porta con sé il peso e l’emozione di un ritorno atteso per 53 lunghi anni.

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