Il ritorno dell’uomo oltre l’orbita, Artemis II è in viaggio verso la Luna
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Sono trascorsi poco più di cinquant’anni dall’ultima volta che un essere umano si è avventurato oltre i confini della bassa orbita terrestre, un lasso di tempo talmente vasto da aver quasi fatto dimenticare l’audacia tecnologica che aveva caratterizzato la corsa allo spazio. Oggi, giovedì 2 aprile, la storia – per quanto riguarda l’esplorazione spaziale – ha deciso di concedersi un nuovo, significativo capitolo. È partita ufficialmente la missione Artemis II, decollata con successo dal Kennedy Space Center in Florida, che ha spedito quattro astronauti verso un appuntamento ravvicinato con il nostro satellite naturale, quello che un tempo veniva definito “la nuova frontiera”.
La missione, che rappresenta il primo volo con equipaggio del programma Artemis, non prevede un atterraggio sulla superficie lunare, bensì un flyby, cioè un sorvolo ravvicinato che durerà circa dieci giorni. L’obiettivo primario di questo viaggio, al momento in cui scriviamo, è quello di testare sul campo la tenuta dei sistemi di supporto vitale e di navigazione a bordo della navicella Orion. In pratica, è la prova generale di ciò che verrà: una verifica sul comportamento degli scudi termici, sulla gestione delle radiazioni e sull’affidabilità delle manovre in quello spazio profondo che la Nasa – insieme ad altre agenzie internazionali – intende rendere un domani una destinazione abituale per i propri astronauti.
L’equipaggio e le cifre di un’operazione complessa
A bordo del razzo Space Launch System (SLS), alto quanto un edificio di trenta piani, viaggiano tre astronauti della NASA e un rappresentante dell’agenzia spaziale canadese, un equipaggio che potremmo definire eterogeneo se solo pensassimo alle diverse competenze che ciascuno di loro porta in questa sfida. Dopo l’inserimento in orbita terrestre, avvenuto senza intoppi nelle prime ore dalla partenza, i quattro membri dell’equipaggio hanno iniziato le operazioni di checkout dei sistemi di bordo; hanno cioè spento i propulsori principali del razzo per passare alla gestione autonoma della Orion, quella capsula che li ospiterà per l’intera durata del viaggio.
Non possiamo ignorare, parlando di questa impresa, il dato economico che la sorregge: una singola missione Artemis ha un costo stimato che, secondo alcune analisi, supera i 4 miliardi di dollari. Una cifra, questa, che mette in evidenza la differenza di approccio tra il programma spaziale statunitense e altre realtà emergenti, come quella indiana, che hanno recentemente centrato l’obiettivo di un allunaggio (seppur robotico) con budget infinitamente più ridotti. La necessità di garantire la sopravvivenza umana in un ambiente ostile come lo spazio profondo – con i relativi sistemi di schermatura dalle radiazioni e di riciclo dell’aria – è il fattore che incide maggiormente su questi costi proibitivi.
Il contesto geostrategico e le nuove risorse lunari
Se cinquant’anni fa la spinta propulsiva era esclusivamente politica, dettata dalla Guerra Fredda e dalla sfida con l’ex Unione Sovietica, oggi il ritorno sulla Luna assume contorni diversi. Da un lato c’è l’aspetto puramente scientifico, che negli ultimi decenni ha subito una vera e propria rivoluzione. Fino a non molto tempo fa, si tendeva a considerare la Luna come un deserto arido e immutabile, un masso inerte privo di qualsiasi risorsa. Questa percezione, come spesso accade nella scienza, è stata completamente stravolta dalle missioni robotiche. In particolare, fu il Lunar Reconnaissance Orbiter a fornire la prova definitiva, intorno alla fine degli anni Novanta, che ai poli lunari esistono tonnellate di acqua sotto forma di ghiaccio o permafrost. Trovare acqua significa poter produrre carburante e supportare la vita, trasformando la Luna non più in una semplice bandiera piantata nel terreno, ma in una stazione di rifornimento strategica per future missioni su Marte.
Dall’altro lato, c’è la competizione internazionale. Mentre la NASA procede con i suoi piani, e nonostante il fatto che Trump sia di nuovo il presidente degli Stati Uniti, altre potenze asiatiche stanno muovendosi con una determinazione silenziosa ma efficace. La Cina, ad esempio, ha già annunciato programmi ambiziosi che mirano a stabilire una presenza umana sul suolo lunare entro la fine del decennio, spesso puntando su soluzioni tecnologiche dai costi inferiori rispetto al mastodontico apparato burocratico-industriale americano. Artemis II, in questo senso, è il banco di prova per dimostrare che l’Occidente è ancora in grado di guidare una nuova era di esplorazione, quella che non si limita a visitare, ma punta a restare.
Un viaggio da manuale tra tecnologia e rischio calcolato
Il profilo di volo, come confermato dalle agenzie di stampa internazionali, prevede che nei prossimi giorni l’equipaggio raggiunga il punto più lontano mai toccato da un essere umano dalla fine dell’era Apollo. Durante il sorvolo, previsto per il 6 aprile, gli astronauti avranno il compito di fotografare e osservare la superficie lunare, incluse quelle aree del lato oscuro che l’occhio umano ha avuto raramente modo di vedere da così vicino.
La missione, al momento in cui scriviamo, procede secondo i tempi stabiliti. La separazione degli stadi del razzo è avvenuta regolarmente, e i pannelli solari della Orion si sono dispiegati come un’enorme ala metallica per catturare la luce della stella. Si tratta di un balletto di meccanismi e calcoli orbitali che deve funzionare con una precisione millimetrica, perché ogni scostamento, in un ambiente dove non esiste possibilità di soccorso immediato, potrebbe rivelarsi fatale. Per ora, il “grande salto” dell’umanità è ricominciato.
Meta Description: Artemis II è partita: quattro astronauti verso la Luna nel primo volo con equipaggio dopo 50 anni. Un flyby per testare le tecnologie del ritorno.




