Artemis II, lo schiaffo del rientro nell’oceano e quel contratto che rilancia l’Italia sulla Luna

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Sono bastati dieci giorni per riavvolgere il nastro della storia, cancellando la polvere depositata in oltre cinquant’anni sulle orme lasciate dall’Apollo. La capsula Orion, ribattezzata “Integrity” dall’equipaggio, si è infranta simbolicamente contro l’atmosfera viaggiando a velocità ipersoniche per toccare infine le acque dell’Oceano Pacifico, al largo di San Diego. L’ammaraggio, avvenuto esattamente alle 2:07 italiane, ha restituito alla gravità terrestre i quattro astronauti – Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – ponendo fine a un volo che ha segnato il primo viaggio lunare con equipaggio dal lontano 1972. Mentre la navicella si dondolava sulle onde, assistita da natanti militari e dalla nave recovery USS John P. Murtha, il direttore del volo Rick Henfling li ha descritti come “felici, in salute e pronti a tornare a casa a Houston”.

Il rischio calcolo della traiettoria e lo scudo termico messo alla prova

Il ritorno sulla Terra, va detto, non è stato una semplice formalità burocratica, bensì la fase più tecnica e pericolosa dell’intera missione. La Orion ha dovuto sopportare temperature esterne pari alla metà di quelle della superficie solare, mentre il suo scudo termico – già oggetto di accorgimenti dopo il volo senza pilota del 2022 – veniva messo alla prova da un angolo di discesa studiato al millimetro per evitare l’effetto “sasso che rimbalza” sull’atmosfera. I controllori a Houston hanno trattenuto il fiato durante i sei minuti di blackout, causati dal plasma che avvolgeva il veicolo, finché la voce del comandante Wiseman non ha ristabilito il contatto: un piccolo miracolo di ingegneria che ha permesso l’apertura dei paracadute principali.

L’intesa con la Nasa e il mattone italiano per la base lunare

Mentre gli occhi del mondo erano puntati sul cielo del Pacifico, in Italia il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha rivendicato il successo della missione come un crisma per gli accordi firmati a Washington. “Il valore dell’intesa con l’amministratore Jared Isaacman – ha scritto su X – rafforza la nostra cooperazione sui moduli abitativi lunari e i sistemi di comunicazione avanzati”. Quella che poteva sembrare una semplice dichiarazione di rito nasconde in realtà la sostanza di un protocollo strategico: l’Italia, attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), si è impegnata a costruire i futuri alloggi per gli astronauti, consolidando un primato industriale che vede nel distretto aerospaziale di Torino un polo nevralgico.

I record infranti e l’attesa per la nuova corsa allo spazio

La traiettoria di Artemis II non è stata solo un tuffo nel passato, ma un volo record nel presente. L’equipaggio ha infatti superato la distanza massima mai raggiunta dall’uomo, toccando i 406.771 chilometri dalla Terra, superando di qualche miglia il primato stabilito dall’Apollo 13 nel 1970. Hansen, Glover e Koch hanno scritto pagine di storia sociale oltre che spaziale, essendo rispettivamente il primo canadese, il primo afroamericano e la prima donna a partecipare a una missione lunare. La Nasa, dal canto suo, ha subito ribadito che questa “non è una pietra miliare da ammirare da lontano”, ma l’avvio concreto di una presenza fissa, sebbene il prossimo allunaggio con equipaggio non sia previsto prima della missione Artemis IV.

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