Artemis II, lo scudo termico e quei quattordici minuti di fuoco: rientro perfetto per la Orion

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La capsula Orion, ammarata puntualmente alle 2:07 ora italiana al largo di San Diego, ha concluso la missione Artemis II riportando a casa i quattro astronauti dopo dieci giorni di viaggio intorno alla Luna. Il rientro, fase statisticamente più critica di qualsiasi missione spaziale abitata, ha richiesto alla navicella di gestire un rientro atmosferico a velocità ipersoniche superiori a Mach 33, durante il quale lo scudo termico ha dovuto sopportare temperature esterne prossime ai 2.760 gradi Celsius. Il contatto con l’atmosfera, avvenuto senza particolari scossoni, ha generato il previsto blackout delle comunicazioni per circa sei minuti, un intervallo in cui la plancia di comando a Houston ha perso il segnale radio dalla navicella a causa del plasma creatosi per attrito. Non appena la fase di riscaldamento massimo è stata superata, i paracadute si sono aperti regolarmente rallentando la discesa dai 24.000 mph iniziali fino a una velocità d’impatto con l’acqua di soli 32 km/h, permettendo così un ammaraggio morbido.

La separazione dal modulo di servizio e la correzione di rotta

Prima di affrontare l’ingresso violento nell’atmosfera, la Orion ha eseguito la delicata manovra di sgancio dal Modulo di Servizio Europeo (ESM), quello che ne aveva assicurato la propulsione durante il lungo viaggio di andata e ritorno dal satellite terrestre. Questo modulo, come da pianificazione, è stato destinato a bruciare nell’atmosfera sopra l’Oceano Pacifico, mentre la capsula abitata proseguiva da sola verso il punto di recupero. Circa due ore prima del rientro, c’è stato un momento di incertezza operativa legato a una breve riaccensione dei motori per correggere la traiettoria; in quell’occasione, si è verificata una momentanea perdita del flusso di dati dalla capsula verso la Terra, un problema tecnico risolto rapidamente dai sistemi di bordo senza conseguenze per l’incolumità dell’equipaggio. La correzione era necessaria per impostare la cosiddetta “traiettoria lofted” (sollevata), una variazione rispetto al rientro “a salto” usato in passato, pensata specificamente per preservare l’integrità dello scudo termico.

Lo scudo termico e l’incognita dei test precedenti

Il grande timore per i tecnici della Nasa, prima dell’ammaraggio, riguardava proprio le prestazioni dello scudo termico. Durante la missione senza equipaggio Artemis I del 2022, lo scudo (identico a quello usato ora) aveva mostrato segni di carbonizzazione irregolare e frammentazione, con pezzi di materiale ablativo che si erano staccati in modo anomalo. L’analisi post-volo aveva rivelato che i gas intrappolati sotto lo strato superficiale durante il rientro avevano causato pressioni tali da creare crepe e voragini nella protezione. Non potendo riprogettare lo scudo per Artemis II a causa dei tempi stretti (la sostituzione avrebbe ritardato il programma di oltre un anno e mezzo), l’agenzia ha optato per modificare la traiettoria di volo. Il comandante Reid Wiseman aveva confermato la fiducia nel “profilo sollevato”, sostenendo che le prove in galleria del vento e i test ipervelocità avrebbero garantito la tenuta. L’esito dell’ammaraggio dimostra che la scelta strategica, seppur rischiosa, ha funzionato.

Il recupero degli astronauti nell’oceano

Subito dopo il contatto con l’acqua, la capsula Orion ha gonfiato i cinque airbag arancioni posizionati sulla sommità per mantenere l’assetto verticale e stabile, facilitando le operazioni di recupero. Una squadra di sommozzatori della Marina Militare statunitense e tecnici Nasa, in attesa a bordo della nave anfibia USS John P. Murtha, si è avvicinata alla navicella per assistere nell’estrazione gli astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Trasferiti a bordo della nave tramite gommone ed elicottero, i quattro riceveranno le prime valutazioni mediche prima di essere trasportati al Johnson Space Center di Houston. La fine del viaggio segna il completamento della prima missione lunare abitata dai tempi dell’Apollo 17, avvenuta nel 1972, e restituisce alla Nasa dati fondamentali per le prossime fasi del programma, in vista del futuro attracco con un lander lunare.

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