Artemis II, il rientro sulla Terra e quelle foto storiche scattate con l’iPhone
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La missione Artemis II, quella che ha riportato l’umanità a danzare intorno alla Luna dopo un’assenza durata piú di mezzo secolo, si prepara ora alla fase piú delicata del suo viaggio: il rientro. L’equipaggio, composto da Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, ha già riscritto i libri di storia, eppure il vero banco di prova, almeno dal punto di vista ingegneristico, deve ancora arrivare. Mentre la navicella Orion, battezzata "Integrity", solca il vuoto interstellare in rotta verso casa, l’attenzione del mondo – e quella degli uffici tecnici della Nasa – si concentra sulla capacità dello scudo termico di resistere a un’abrasione atmosferica che genererà temperature prossime ai 2.760 gradi centigradi. Un problema, questo, non da poco: durante la missione senza equipaggio Artemis I, lo scudo aveva mostrato segni di erosione non preventivati, un’anomalia che ha costretto gli ingegneri a modificare la traiettoria di volo per renderla meno aggressiva, evitando cosí il rischio di compromettere l’integrità della capsula.
A impreziosire il resoconto di questa decima giornata di volo non sono peró solo le ansie da rientro, ma anche il flusso di immagini che i quattro membri dell’equipaggio hanno riversato sulla Terra. Dopo la celebre “Earthrise” del 1968, assistiamo a una nuova estetica dell’esplorazione. Gli scatti inviati da Wiseman e dagli altri colleghi mostrano la Terra e la Luna in un abbraccio gravitazionale mai visto prima: in una di queste fotografie, scattata dal lato nascosto del nostro satellite – quello che non possiamo osservare dalla finestra di casa – il pianeta sembra tramontare oltre un orizzonte lunare desolato e grigio. A rendere tutto questo paradossalmente piú umano è il dettaglio tecnologico che accompagna la cronaca: quelle immagini che sembrano uscite da un manuale di divulgazione scientifica sono state realizzate con un iPhone 17 Pro Max. Non solo le sofisticate Nikon D5 o le macchine dedicate, quindi, ma anche gli smartphone di uso quotidiano, con impostazioni da fotografi professionisti (obiettivo da 2,715 mm, apertura f/1.9 e flash rigorosamente disattivato), che hanno permesso di fissare per sempre il momento in cui la Luna eclissava il Sole, regalando una visione che, come l’hanno definita gli stessi astronauti, “solo una manciata di esseri umani ha avuto il privilegio di vedere”.
Record, un water e la Nutella lontana da casa
Il viaggio della Orion è giá entrato di diritto nel Guinness dei primati, non solo per i traguardi scientifici ma anche per una serie di “prime volte” che umanizzano l’impresa. È la prima volta, viene sottolineato, che un’astronauta donna (Christina Koch) e un astronauta nero (Victor Glover) si spingono cosí lontano dalla Terra, infrangendo quelle barriere simboliche che per decenni hanno frenato l’esplorazione. È la prima volta che un equipaggio dispone di un water vero e proprio a bordo (dotato persino di una porta, particolare non secondario per la privacy nello spazio) e, in un dettaglio che strappa un sorriso, è la prima volta che un barattolo di Nutella si trova cosí distante dalla dispensa di partenza. L’elenco delle peculiaritá include anche la presenza degli iPhone, utilizzati non solo per i selfie spaziali ma come strumenti di documentazione paralleli alle apparecchiature governative. Questi record, seppur apparentemente leggeri, testimoniano la volontá della Nasa di rendere il volo profondo un’esperienza meno “militare” e piú accessibile nella sua rappresentazione pubblica, anche se il pericolo è sempre dietro l’angolo.
Il conto alla rovescia per lo splashdown
Mentre l’equipaggio si gode gli ultimi scatti e prepara i sistemi per l’ammaraggio, il centro di controllo di Houston tiene il fiato sospeso a causa di un’equazione fisica complessa. Durante la navigazione, la Orion "Integrity" ha perso massa: il combustibile espulso sotto forma di energia e i circa 45 chilogrammi di urina scaricati nello spazio (un aspetto igienico-sanitario non trascurabile per la dinamica dei voli) hanno alterato i calcoli preventivi, rendendo l’atterraggio un bersaglio mobile. La posizione esatta dove la capsula toccherá le acque del Pacifico non è stata ancora fissata con certezza, cosí come l’orario esatto dello splashdown, previsto indicativamente per il 10 aprile. I tecnici stanno effettuando continui aggiustamenti di rotta, calibrati minuto per minuto, per garantire che il cono di rientro sia quello giusto; un errore di pochi gradi potrebbe trasformare la fine della missione in un incidente. Le navi della Marina americana, posizionate a ovest della Bassa California, sono giá in assetto di recupero, pronte a issare la capsula non appena i paracadute ne rallenteranno la caduta da 25.000 miglia orarie a pochi nodi.
La geometria variabile del rientro
Gli occhi degli ingegneri sono puntati soprattutto sullo scudo termico, giacché la decisione di modificare l’angolo di rientro rispetto alla missione precedente rappresenta una scommessa ad alto rischio. Invece di attendere la produzione di un nuovo scudo (giá in programma per le missioni successive), si è scelto di procedere con questo, “addolcendo” la traiettoria atmosferica per limitare l’abrasione. Una scelta, quella della Nasa, dettata anche dalle tempistiche politiche e tecniche: rimandare il volo avrebbe significato far slittare l’intero programma Artemis, in un momento storico in cui la corsa allo spazio è tornata a essere una prioritá. I quattro astronauti, intanto, hanno giá superato la fase di volo piú spettacolare – il sorvolo del lato nascosto della Luna a circa 6.500 chilometri di distanza – e ora si preparano a riadattare i loro corpi alla forza di gravitá. Le ultime ore prima dell’ammaraggio saranno dedicate a riporre l’attrezzatura, indossare le tute pressurizzate e, soprattutto, a sperare che la fisica sia dalla loro parte.




