Artemis II, la foto del cratere lunare scattata con un iPhone 17 Pro Max
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Redazione Scienza e Tecnologia
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C’è un’immagine, tra le tante che arrivano dalla missione Artemis II, che sembra uscita da un set fantascientifico più che da un bollettino ufficiale della Nasa: il cratere Chebyshev, intagliato nella polvere grigia della superficie lunare, è stato infatti immortalato dal comandante Reid Wiseman usando nientemeno che lo zoom ottico di un iPhone 17 Pro Max. Il sorvolo ravvicinato della Luna – quello che ha permesso all’equipaggio di osservare territori celesti mai lambiti da occhi umani con questa precisione – ha così segnato una svolta storica nella documentazione spaziale, perché l’agenzia americana ha ufficialmente integrato gli smartphone di ultima generazione tra la strumentazione di bordo. E non come semplici gadget, intendiamoci: li si utilizza ormai per catturare immagini inedite della superficie lunare in tempo reale, trasformando dispositivi che milioni di persone tengono in tasca in veri e propri strumenti scientifici.
Quel tramonto della Terra sulla Luna segreta
Il fatto che la Luna, gemella opalescente e infeconda della Terra, ci mostri solo un lato – per via della sincronicità della rotazione dei due corpi celesti – ha sconcertato gli esseri umani sin dal momento in cui hanno fatto questa scoperta. Che lassù, nell’universo senza fine, vi sia qualcosa che non possiamo osservare, ci sembra ancora impossibile. Per guardare queste immagini, e potercele trasmettere in diretta, gli astronauti hanno dovuto risolvere problemi tecnici non banali: il segnale, quando si è dietro il lato nascosto, semplicemente non passa. Eppure, proprio da quelle zone d’ombra è arrivato lo scatto più atteso, quello che mostra la Terra che tramonta dietro l’orizzonte lunare, ribattezzato “Earthset”. Poco più di cinquantasette anni dopo la storica “Earthrise” dell’Apollo 8 – che ritraeva il nostro pianeta sorgere come una biglia azzurra nel buio – ci troviamo ora di fronte al suo contraltare, un’immagine destinata a entrare nei libri di storia.
La capsula Orion nei cieli di Spezia, fotografata dagli astrofili di Viseggi
Nel cuore della notte, quando il cielo si fa più nitido e silenzioso, dalla Spezia è stato possibile osservare uno dei momenti più affascinanti dell’esplorazione contemporanea. Alle tre di domenica cinque aprile, dall’Osservatorio astronomico “Luciano Zannoni” di Monte Viseggi, gli astrofili Luigi Sannino, Alfonso Mancuso e Michela Giovanelli hanno documentato il passaggio della capsula Orion, quella stessa che adesso si prepara a intraprendere il viaggio di ritorno verso la Terra. L’hanno inseguita con i loro telescopi, sapendo che lassù, a bordo, qualcuno stava fotografando crateri con un telefono cellulare. C’è una simmetria sottile, in tutto questo: da un lato la tecnologia più avanzata che l’industria consumer possa offrire, dall’altro l’occhio paziente e appassionato di chi osserva dal basso, come si faceva un secolo fa.
La svolta silenziosa della documentazione in orbita
Non è solo una curiosità tecnologica, quella dell’iPhone puntato sul cratere Chebyshev. È il segno che il divario tra strumentazione dedicata e dispositivi commerciali si è ridotto fino quasi a scomparire, almeno per certi tipi di rilevazione visiva. La Nasa non ha dovuto sviluppare costosissime fotocamere ad hoc per quelle specifiche inquadrature: ha preso ciò che già esisteva, lo ha testato per le radiazioni e le variazioni termiche, e lo ha montato a bordo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dettagli morfologici del suolo lunare mai così nitidi in tempo reale, senza dover attendere ore o giorni per il downlink dei dati grezzi. Wiseman, da parte sua, ha semplicemente inquadrato e scattato, come farebbe chiunque sulla Terra durante una gita fuori porta. Solo che quella gita era a trecentottantamila chilometri da casa, e il paesaggio, polveroso e desolato, racconta la storia più antica che conosciamo.




