Artemis II, il viaggio oltre i confini tra record e teorie complottiste

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La notte tra il 6 e il 7 aprile ha segnato un nuovo, inequivocabile capitolo nella storia dell’esplorazione spaziale, un capitolo che l’umanità attendeva da cinquantatré lunghi anni. Mentre l’equipaggio della missione Artemis II, a bordo della navicella Orion, raggiungeva la quota record di 406.771 chilometri dalla Terra – superando di fatto il precedente primato stabilito dall’equipaggio dell’Apollo 13 –, sulla superficie del nostro pianeta accadeva qualcosa di altrettanto singolare. Non parlo solo dell’emozione per il successo di questa impresa tecnologica, bensì della puntuale, quasi cronometrica, riemersione delle teorie del complotto che da decenni accompagnano ogni passo dell’uomo sul suolo (o nei cieli) lunari.

Il razzo Space Launch System, partito pochi giorni prima, ha spinto i quattro astronauti – Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – oltre l’orbita bassa terrestre, quella che avevamo imparato a chiamare “cortile di casa” grazie alla Stazione Spaziale Internazionale. Eppure, nonostante le evidenze scientifiche e le spettacolari immagini dell'”Earthset” (il tramonto della Terra dietro l’orizzonte lunare) diffuse dalla Nasa, c’è chi ha subito puntato il dito. L’accusa, per certi versi grottesca ma sempre uguale a se stessa, è quella di trovarsi di fronte a una nuova messinscena: “Non caschiamo più nello show della Nasa-Hollywood”, sembrano suggerire i più accaniti scettici, come se la tecnologia necessaria per mentire su scala globale fosse più semplice di quella necessaria per attraversare il vuoto interstellare.

L’eterno ritorno delle teorie sull’allunaggio fasullo

È una strana contraddizione, questa che accompagna il progresso. Più ci allontaniamo dalla Terra, più alcuni restano aggrappati a spiegazioni terrene e fin troppo ordinarie. Per costoro, il vuoto delle registrazioni ufficiali o il blackout radio di circa 50 minuti – dovuto al passaggio sul lato nascosto della Luna, un fenomeno perfettamente previsto dalla fisica delle orbite – non rappresentano una routine di volo, ma una prova del complotto. Si parla ancora di ombre sbagliate, di una bandiera che sventola senza vento, o del famigerato documentario francese che, pur essendo una satira, viene ancora citato come prova regina di una presunta regia occulta.

La realtà della missione Artemis II, per quanto meno “hollywoodiana” di quanto vorrebbero i detrattori, è forse persino più affascinante proprio perché vera. La traiettoria di ritorno libero scelta per questo volo, quella stessa che salvò la vita agli equipaggi dell’Apollo 13, è stata calcolata con una precisione maniacale. L’obiettivo non era solo quello di battere un record di distanza, ma di testare in condizioni estreme i sistemi di supporto vitale e lo scudo termico della Orion, che al rientro nell’atmosfera dovrà resistere a temperature di 2.760 gradi Celsius viaggiando a 40.000 km/h.

La fascinazione umana per la frontiera lunare

Guardiamo alla Luna perché ci ridimensiona. È una banalità che diventa verità quando si osservano le immagini della Terra, descritta come un “puntino azzurro” sospeso nel niente. Durante il sesto giorno di volo, mentre l’equipaggio ammirava il lato nascosto (un’area della superficie lunare che, contrariamente a quanto si crede, è stata ormai ampiamente fotografata e studiata da sonde come la cinese Chang’e-4), la loro prospettiva era unica: quella di essere gli esseri umani più lontani dalla propria casa mai registrati nella storia.

Questa missione, lo ricordiamo, è anche un tributo alla geopolitica moderna. A bordo non ci sono solo americani. Con la NASA volano Victor Glover, primo afroamericano a spingersi così lontano, Christina Koch, prima donna a superare l’orbita terrestre bassa, e il canadese Jeremy Hansen, primo non statunitense a raggiungere l’ambiente lunare. Una rappresentazione, questa, che prova plasticamente come la cooperazione internazionale sia oggi il motore di un sogno che cinquant’anni fa era invece appannaggio esclusivo della guerra fredda.

La sfida tecnologica e il ritorno alla normalità spaziale

Artemis II non è un atterraggio, è un ritorno. E questo dettaglio fa la differenza. L’assenza di un vero e proprio allunaggio ha dato il là, ancora una volta, alle critiche più feroci: “Perché tornare se non per mettere in scena un altro show?”. Ma la risposta è nei numeri e nella prudenza degli ingegneri. Prima di rivedere delle impronte umane sulla polvere lunare (previsto con Artemis III tra un paio d’anni), era obbligatorio validare la navicella in quello spazio profondo che non visitavamo dal 1972.

Le fotografie pubblicate, come quella della Terra che tramonta dietro l’orizzonte lunare, non sono solo cartoline. Per quanto alcuni analisti sostengano che il loro valore sia più artistico che strettamente scientifico – dato che i robot hanno già mappato la Luna –, resta il fatto innegabile che nessun sensore potrà mai sostituire l’occhio umano e la sua capacità di selezionare, in tempo reale, il dettaglio geologico più significativo. E mentre i quattro astronauti si preparano a lasciare la sfera di influenza gravitazionale della Luna per fare ritorno a casa, ci troviamo a fare i conti con questa nostra doppia natura: capaci di imprese titaniche, ma sempre pronti a dubitare che le stesse siano realmente accadute.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.