Le conseguenze economiche della guerra contro l’Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ombra del conflitto con l’Iran, proiettata su un’economia globale già provata da tensioni ereditate dal recente passato, non produce solo vittime sul campo ma ridisegna – con la velocità di un crollo di borsa – gerarchie e fragilità tra gli Stati. La domanda, posta dal telegiornale della RSI all’esperto Manfred Elsig dell’Università di Berna, è tanto secca quanto inquietante: chi guadagnerà, e chi perderà, dal punto di vista economico, da questa guerra? La risposta, inevitabilmente, si lega a un’unica variabile imprevedibile, la durata degli scontri; ma già allo stato attuale, emerge un quadro polarizzato dove alcuni Paesi del Golfo rischiano di scivolare in una recessione profonda, mentre altri – compresi molti europei – potrebbero sprofondare in una fase di incertezza e instabilità cronica.

L’allarme di Boeri: tenuta sociale a rischio, un pericolo peggiore del Covid

I venti di guerra che soffiano da Teheran, arrivando a sferzare i conti pubblici italiani, hanno trovato una voce nitida in Tito Boeri, economista dell’Università Bocconi. Il suo allarme, privo di giri di parole, dipinge uno scenario inquietante: «L’Italia è particolarmente vulnerabile», afferma, citando due fragilità strutturali. Da un lato la dipendenza energetica, che espone il sistema produttivo a qualsiasi shock nelle forniture; dall’altro la mancata uscita dalla procedura di disavanzo eccessivo, un cappio che limita qualsiasi margine di manovra espansiva. Boeri chiede «maggiore attenzione ai problemi economici del Paese», e l’inciso – «niente più distrazioni per favore» – suona come un avvertimento a chi, forse, sottovaluta il nesso tra geopolitica e tenuta sociale. La sua tesi, in fondo, è una sola: la crisi nel Golfo, per le sue ricadute su inflazione e occupazione, rischia di essere persino peggiore della pandemia da Covid, con conseguenze dirette sulla coesione interna.

La nuova mappa di gas e petrolio: Africa e Sud America al centro

Mentre l’Occidente trattiene il fiato davanti all’escalation sopra Teheran, un pragmatismo economico spietato sta già riscrivendo la geografia delle risorse energetiche. Non si tratta di cinismo, ma di un fisiologico riassestamento delle catene del valore globali: il conflitto in Iran, paradossalmente, diventa l’acceleratore di una ricchezza insperata per una costellazione di potenze medie – o addirittura di attori non considerati tali fino a ieri. L’Africa subsahariana e alcune regioni del Sud America emergono come i nuovi poli di estrazione e commercializzazione di gas e petrolio, attirando flussi di investimenti che prima ristagnavano nei porti del Golfo Persico. Una ridefinizione che, per quanto brutale, risponde a una logica elementare: dove il rischio sale, le rotte cambiano; e chi offre stabilità, anche solo relativa, si trova tra le mani una leva di crescita impensabile solo poche settimane fa.

Codogno: “Oltre il punto di non ritorno, tensioni economiche aperte”

A gettare acqua sul fuoco di un eventuale ottimismo di breve termine ci pensa Lorenzo Codogno, economista e visiting professor alla London School of Economics. Fondatore di LC Macro Advisors, Codogno non nasconde la sua impressione – maturata seguendo notizie che si rincorrono quotidianamente – secondo cui «ormai siamo andati oltre il punto di non ritorno in termini di effetti economici». La sua analisi, lucida e priva di facili speranze, introduce una distinzione cruciale: anche se domani fosse dichiarato un cessate il fuoco, le ostilità resterebbero di fatto aperte, e con esse le tensioni economiche. Non una previsione, ma una constatazione dello stato dell’arte: l’instabilità è diventata strutturale, e nessuna tregua tattica potrà ricucire a breve le fratture nelle catene di approvvigionamento, nei mercati assicurativi o nelle bilance dei pagamenti dei Paesi più esposti. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questo significa convivere con uno stato di lockdown economico strisciante, fatto di costi energetici imprevedibili e fiducia di imprese e famiglie costantemente sotto scacco.

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