Il conto della guerra in Iran: undici miliardi in una settimana e le prime avvisaglie di una trappola per Trump
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Redazione Esteri
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Undici miliardi e trecento milioni di dollari. È questa, stando ai primi conteggi ufficiali trasmessi dal Dipartimento della Difesa al Congresso, la spesa sostenuta dagli Stati Uniti nei primi sette giorni di operazioni militari contro l’Iran. Una cifra, quella di 11,3 miliardi in sette giorni, che equivale a poco più di 1,6 miliardi al giorno, e che rappresenta però soltanto la punta di un iceberg finanziario destinato a crescere. La stima, come hanno prontamente sottolineato diversi membri del Congresso, non tiene conto delle voci di spesa differite, a cominciare dall’assistenza sanitaria a lungo termine per i veterani che riporteranno ferite fisiche o psicologiche dal teatro di guerra. Un capitolo di costo, quest’ultimo, che storicamente tende a lievitare negli anni e che potrebbe portare il conto definitivo a cifre ancora più vertiginose.
La gestione della crisi e i fantasmi dell’amministrazione Biden
Mentre le operazioni belliche proseguono, sul fronte politico e diplomatico l’amministrazione Trump sembra attraversare una fase di crescente difficoltà. L’approccio del presidente, in questo frangente di alta tensione internazionale, appare contraddittorio e, per alcuni osservatori, preoccupantemente confuso. Si ha l’impressione, analizzando le sue recenti dichiarazioni e i continui cambi di rotta, che stia emergendo una fragilità che in molti avevano associato piuttosto alla fase finale della presidenza di Joe Biden. C’è però una differenza sostanziale, e risiede nella gestione della lucidità: Biden, nei suoi momenti di chiarezza e nei passaggi più delicati, aveva mostrato un progressivo irrigidimento su posizioni prudenti, delegando e affidandosi al suo team di collaboratori esperti. Trump, al contrario, sembra procedere in isolamento, bruciando i consiglieri che osano suggerire moderazione e alimentando quelle tensioni che, lontano dal campo di battaglia, stanno mettendo a dura prova gli equilibri con gli alleati storici.
La trappola iraniana e l’emarginazione dei moderati
L’ipotesi che gli Stati Uniti siano caduti in una vera e propria trappola in Medio Oriente, per di più tesa da un regime come quello di Teheran, sta prendendo piede nei corridoi del Pentagono e non solo. Sembra che gli ufficiali più esperti e gli analisti dell’intelligence avessero messo in guardia il presidente dai molteplici pericoli nascosti in un’escalation militare di questa portata. Ma il suo modo di governare, come ormai evidente, porta a emarginare i tecnici e i moderati, chiunque sia percepito come un ostacolo a un esercizio del potere che si vuole assoluto e scevro da condizionamenti. Il risultato è che oggi la macchina bellica americana si muove in un contesto di alta pericolosità, con il comandante in capo che sembra aver ignorato i segnali che avrebbero potuto evitare l’aggravarsi della situazione.
Le crepe nell’alleanza atlantica: la visione di Pastori
A complicare ulteriormente il quadro, c’è la gestione dei rapporti con gli alleati. Dalle stanze della Nato alle capitali europee, cresce il malcontento per le modalità con cui Washington sta conducendo la guerra. La richiesta, arrivata direttamente da Trump, è quella di un’adesione totale e incondizionata alle strategie americane, e i paesi che non si allineano diventano immediatamente bersaglio delle sue ire pubbliche e private. Un atteggiamento che, lungi dal cementare l’alleanza, sta producendo il risultato opposto. Gianluca Pastori, professore di Storia delle Relazioni politiche tra Nord America ed Europa all’Università Cattolica di Milano, individua il nodo cruciale nella difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra gli interessi strategici europei e le imposizioni unilateraliste americane. Una frattura, questa, che rischia di allargarsi ulteriormente man mano che il conflitto si protrae, lasciando l’Europa nella scomoda posizione di dover mediare tra la fedeltà all’alleato storico e la tutela dei propri interessi, sempre più divergenti da quelli dettati dalla Casa Bianca.




