Il mese della prevenzione del tumore al colon-retto, tra ritardi nelle adesioni e nuove ipotesi per i giovani adulti
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Redazione Salute
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Il mese di marzo, tradizionalmente dedicato alla sensibilizzazione sul tumore al colon-retto, riporta l’attenzione su una neoplasia che in Italia, con i suoi circa 49mila nuovi casi annui, rappresenta la seconda causa di morte oncologica, superata solo dal cancro al polmone. L’arma a disposizione, stando ai dati della ricerca, resta la diagnosi precoce: la probabilità di guarigione, quando la malattia viene intercettata allo stadio iniziale, arriva a sfiorare il 90%. Eppure, nonostante l’efficacia comprovata degli screening, l’adesione della popolazione ai programmi di prevenzione stenta a decollare, con un’enorme differenza tra Nord e Sud. Secondo i dati diffusi dalla Società Italiana di Endoscopia Digestiva (SIED), se al Nord si raggiunge il 46% di adesione, al Centro si crolla al 30% e al Sud si tocca appena il 20%, con punte preoccupanti in regioni come Sicilia e Calabria. Una scarsa partecipazione che i gastroenterologi dell’AIGO imputano non solo a una certa reticenza verso la colonscopia, ma anche a una mancanza di consapevolezza generale sull’importanza di test semplici e gratuiti come la ricerca del sangue occulto nelle feci.
Il paradosso dei giovani adulti e la ricerca di nuove risposte
A complicare il quadro, negli ultimi anni, si è osservato un preoccupante abbassamento dell’età di insorgenza: i casi tra gli under 50 sono in aumento a livello globale, un fenomeno confermato anche nell’area metropolitana di Milano da uno studio che ha coinvolto l’Istituto IFOM e l’Ospedale Niguarda. Se un tempo il tumore del colon-retto veniva considerato una patologia tipica della terza età, oggi i ricercatori si interrogano sulle cause di questa impennata tra i giovani adulti. L’ipotesi, pubblicata sulla rivista Cell e guidata dai professori Alberto Bardelli e Salvatore Siena, è che queste neoplasie, pur seguendo lo stesso percorso genetico di quelle diagnosticate in età avanzata, possano crescere molto più rapidamente. Una differenza sostanziale, questa, che mette in discussione l’attuale modello di screening: se la crescita è accelerata, anticipare semplicemente l’età della colonscopia potrebbe non essere sufficiente. I ricercatori italiani stanno quindi lavorando a un approccio multi-omico per caratterizzare questi tumori, con l’obiettivo di sviluppare strumenti diagnostici più mirati, come le biopsie liquide, capaci di intercettare la malattia anche quando il tempo a disposizione è minore.
La sfida dell’intelligenza artificiale per informare i cittadini
In questo scenario complesso, si inserisce anche il tentativo di migliorare la comunicazione con i cittadini. La fondazione Humanitas per la ricerca ha lanciato un nuovo format video intitolato “(H)AI una domanda?”, pensato per rispondere ai quesiti che le persone rivolgono all’intelligenza artificiale generativa. L’iniziativa, che vede medici specialisti confrontarsi con le domande più comuni trovate online, punta a colmare il divario tra le informazioni spesso superficiali o imprecise fornite dai chatbot e la precisione del parere medico. Si tratta di un tentativo di orientare il paziente in un mare magnum di dati, spesso fonte di ansia o di false speranze, utilizzando i reel sui social network per raggiungere anche una fascia di popolazione più giovane, quella stessa che i dati ci dicono essere sempre più esposta al rischio. L’obiettivo dichiarato è quello di affiancare all’innovazione tecnologica, come l’AI, la competenza clinica, cercando di trasformare la curiosità digitale in un’occasione concreta di prevenzione.
Le disuguaglianze territoriali e i fattori di rischio modificabili
Parallelamente agli sforzi della ricerca e della comunicazione, resta irrisolto il nodo delle disuguaglianze territoriali. I programmi di screening, che prevedono l’invito a sottoporsi gratuitamente e con cadenza biennale al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci a partire dai 50 anni, sono attivi su tutto il territorio nazionale, ma l’efficacia del reclutamento, ovvero la capacità di contattare la popolazione target, è drammaticamente bassa al Sud, ferma al 45%. Una realtà che i clinici definiscono grave, perché vanifica l’investimento del sistema sanitario e lascia scoperte ampie fasce di popolazione. Su un altro fronte, gli specialisti ricordano l’importanza dei fattori di rischio modificabili: una dieta povera di fibre e ricca di carni rosse e lavorate, la sedentarietà, l’obesità, il fumo e l’alcol giocano un ruolo cruciale, specialmente nelle nuove generazioni. Un ritorno consapevole alla dieta mediterranea, sottolineano i nutrizionisti, unito all’attività fisica regolare, rappresenta la prima, fondamentale barriera contro una malattia che, se colta in tempo, lascia ancora ampi margini di intervento.




