Il tumore del colon-retto e quel preoccupante aumento dei casi tra gli under 50, con una diagnosi su otto che oggi, in Europa, colpisce i giovani adulti
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Redazione Salute
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La scomparsa di James Van Der Beek, l'attore divenuto celebre per il ruolo di Dawson nell'omonima serie televisiva, avvenuta all'età di 48 anni l'11 febbraio 2026, ha riaperto il dibattito pubblico su una patologia, il tumore del colon-retto, che la percezione comune continua a considerare appannaggio esclusivo della popolazione anziana. Eppure, i dati epidemiologici più recenti, discussi in ambito specialistico, delineano uno scenario differente e per certi versi allarmante: l'incidenza di questa neoplasia sta crescendo in maniera significativa anche tra coloro che non hanno ancora compiuto cinquant'anni. Una tendenza, questa, osservata inizialmente negli Stati Uniti e che da circa un quinquennio si manifesta con chiarezza anche nel continente europeo. Chiara Cremolini, professoressa ordinaria di Oncologia medica all'Università di Pisa e membro del direttivo nazionale dell'Associazione italiana di oncologia medica, ha quantificato il fenomeno con una stima netta: oggi, una diagnosi su otto di cancro al colon interessa pazienti sotto i cinquant'anni. Un dato che, proiettato nel futuro, porta a prefigurare scenari ancor più complessi, con stime che indicano nel 2030, a livello globale, il cancro del colon come prima causa di morte oncologica nella fascia d'età compresa tra i trenta e i cinquant'anni.
Di fronte a questi numeri, la domanda che sorge spontanea, e che gli stessi ricercatori si pongono, riguarda le cause di questo incremento. La risposta, allo stato attuale delle conoscenze, è tutt'altro che lineare. Se è pur vero che una quota minoritaria di questi casi, circa il venti per cento, trova una spiegazione in ben note sindromi genetiche come la poliposi adenomatosa familiare, condizione che espone chi ne è portatore a un rischio prossimo al cento per cento di sviluppare la malattia già tra i trenta e i quarant'anni, per la stragrande maggioranza dei giovani diagnosticati l'eziologia rimane in gran parte sconosciuta. L'attenzione della comunità scientifica si è pertanto concentrata su una serie di fattori di rischio emergenti, ipotesi di lavoro che gli studiosi stanno vagliando per provare a tracciare un quadro eziopatogenetico più definito. Tra questi, un ruolo preminente viene attribuito all'alimentazione, e in particolare al consumo sempre più diffuso di cibi ultra-processati, i cosiddetti ultra-processed foods, la cui associazione con lo sviluppo di polipi intestinali, noti precursori del cancro, appare sempre più evidente. Non solo: si indaga l'impatto dell'esposizione precoce agli antibiotici durante l'infanzia, le modificazioni qualitative e funzionali del microbiota intestinale, e persino il possibile effetto di tossine ambientali, come le microplastiche o alcune specifiche sostanze prodotte da ceppi batterici.
I segnali da non ignorare e il paradosso della diagnosi tardiva nei più giovani
Uno degli aspetti più critici, emerso con forza anche dalla vicenda umana dell'attore statunitense, risiede nella difficoltà di intercettare precocemente la malattia nei giovani adulti. I sintomi, del resto, non differiscono da quelli che si manifestano nella popolazione over cinquanta: ci si riferisce a una alterazione persistente dell'alvo, con alternanza di episodi diarroici e stipsi, a dolori addominali ricorrenti, a un senso di stanchezza cronica e inspiegata, a perdite di peso involontarie e, soprattutto, alla presenza di sangue nelle feci, anche occulto. Tuttavia, come sottolineano i clinici, nei pazienti più giovani scatta un pericoloso meccanismo di sottovalutazione: un trentottenne che noti tracce di sangue o avverta un dolore persistente tenderà con ogni probabilità ad attribuirli a patologie benigne e transitorie, come le emorroidi o la sindrome del colon irritabile, procrastinando la visita specialistica. Questo ritardo diagnostico, che può protrarsi per diversi mesi, comporta conseguenze prognostiche importanti, giacché la malattia, quando infine viene scoperta, si presenta spesso in uno stadio più avanzato e con caratteristiche di aggressività biologica maggiori rispetto a quelle riscontrate nei pazienti anziani, un fenomeno, quest'ultimo, che la ricerca sta cercando di comprendere a livello molecolare.
L'importanza della prevenzione e il paradosso italiano tra screening e ricerca genetica
In Italia, il quadro epidemiologico presenta alcune peculiarità che è bene evidenziare. Secondo quanto rilevato dall'Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti digestivi ospedalieri (Aigo), nel nostro Paese non si registra al momento quell'incremento esponenziale dei casi under cinquanta osservato oltreoceano. La maggior parte delle diagnosi, anche alla luce dei dati aggiornati al 2025, continua a concentrarsi nella popolazione eleggibile per i programmi di screening, ovvero quella compresa tra i cinquanta e i settantaquattro anni. Un dato, questo, che non deve indurre ad alcun facile ottimismo, ma che anzi rafforza la necessità di insistere su due fronti paralleli. Da un lato, infatti, è cruciale potenziare la ricerca genetica e l'identificazione precoce dei soggetti con una chiara predisposizione ereditaria, per i quali i percorsi di sorveglianza con colonscopia devono iniziare molto prima, talvolta già dall'adolescenza. Dall'altro lato, però, rimane fondamentale aumentare l'adesione ai programmi di screening organizzati, che prevedono l'invio biennale del test per la ricerca del sangue occulto fecale. Uno strumento, questo, la cui efficacia nel ridurre la mortalità specifica per tumore del colon-retto è ampiamente dimostrata: si stima, infatti, che per chi aderisce allo screening il rischio di morire a causa di questa neoplasia si riduca di circa il trenta per cento. Tuttavia, i tassi di adesione in Italia, con punte medie poco superiori al quaranta per cento, testimoniano quanto ci sia ancora da lavorare sul fronte della sensibilizzazione della popolazione.
Fattori di rischio tradizionali e nuove ipotesi di ricerca su microbiota e ambiente
La riflessione sulle possibili cause dell'incremento dei casi giovanili incrocia inevitabilmente anche i fattori di rischio già noti da tempo, la cui prevalenza nelle nuove generazioni è in preoccupante ascesa. Obesità e sovrappeso, sedentarietà, abitudine al fumo di sigaretta e consumo eccessivo di alcol rappresentano elementi che, agendo sinergicamente, creano un terreno favorevole all'insorgenza di processi infiammatori cronici, i quali a loro volta possono promuovere la carcinogenesi. A questi si affiancano nuove e più complesse ipotesi di ricerca. Il riferimento è allo studio del microbiota intestinale, quell'insieme di batteri che popola il nostro intestino e la cui composizione, alterata da diete povere di fibre e ricche di grassi e proteine animali, potrebbe produrre metaboliti e tossine in grado di danneggiare il Dna delle cellule epiteliali. Si indaga, inoltre, il possibile ruolo dell'esposizione a microplastiche e nanoplastiche, ormai onnipresenti nell'ambiente e nella catena alimentare, nonché a specifiche tossine batteriche, come la colibactina prodotta da alcuni ceppi di Escherichia coli, la cui capacità genotossica è oggetto di approfondimento in laboratori di tutto il mondo.




