Spionaggio a Roma, la rete di Mosca smantellata: espulsi due addetti militari russi
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Redazione Interno
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Una scheda di memoria nascosta nella fessura di un muro. Telefoni infilati in un forno a microonde nel tentativo di schermare le conversazioni. Pizzini passati di mano, incontri su panchine e tavolini di bar, buste da quattromila euro per ogni dossier. Non è il repertorio di un romanzo di spionaggio, ma la trama operativa che emerge dall'inchiesta della Procura di Roma sulla presunta rete informativa costruita in Italia a beneficio dell'intelligence militare russa.
Un'operazione che ha portato all'arresto di due ex agenti dei servizi segreti italiani e all'espulsione di due funzionari dell'ambasciata russa, con Mosca che ha già fatto sapere di voler reagire.
La vicenda giudiziaria e gli arresti
L'indagine, coordinata dalla Procura di Roma e dalla Procura militare, ha portato il 7 luglio all'esecuzione di due misure cautelari agli arresti domiciliari nei confronti di Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi ex appartenenti all'Aisi e in pensione da diversi anni. Le accuse formulate dal gip Rosamaria De Lellis sono di una gravità notevole: spionaggio, rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a sistemi informatici.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Piras, originario di Sassari e principale indagato, avrebbe raccolto e trasmesso per anni informazioni sensibili riguardanti l'intelligence italiana, il Ministero della Difesa e le Forze armate, ricevendo in cambio denaro contante da un agente dell'intelligence russa operante sotto copertura diplomatica.
Il meccanismo dello spionaggio e i ruoli
Al centro del sistema c'era un meccanismo ben rodato, che gli investigatori del Ros hanno ricostruito attraverso intercettazioni, pedinamenti e servizi di osservazione a partire dal maggio 2025. Piras e Di Pasquale potevano contare su una rete di almeno cinque informatori, quattro dei quali militari ancora in servizio, impiegati in incarichi con un alto grado di riservatezza.
Tra questi figurano Davide Piantanida, Gianluca Nardella, Giuseppe Tempesta, Sergio Romeo e Antonio Guerra, tutti indagati a vario titolo per procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato e spionaggio politico o militare. I due ex 007 italiani avrebbero fornito informazioni sull'industria italiana della difesa e sugli apparati di intelligence, passando al referente russo persino le identità di agenti attualmente impegnati in attività di controspionaggio.
L'espulsione dei diplomatici russi e la tensione diplomatica
La risposta del governo italiano non si è fatta attendere. Giovedì 9 luglio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato l'espulsione di due addetti militari dell'ambasciata russa in Italia, identificati come Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, ritenuti responsabili delle attività di spionaggio emerse nell'inchiesta della Procura di Roma. Coperti dall'immunità diplomatica, i due funzionari del Gru, i servizi segreti militari del Cremlino, hanno 48-72 ore per lasciare il Paese.
L'ambasciatore russo in Italia, Alexei Paramonov, convocato alla Farnesina, ha replicato con durezza, affermando che "la Russia può contare su esponenti della statura di Vladimir Putin e Sergej Lavrov", mentre l'Italia, pur con il suo potenziale, "oggi non dispone di figure di tale levatura". Dal ministero degli Esteri di Mosca è già arrivata la minaccia di una risposta adeguata.




