La rete di Mosca a Roma: espulsi i due 007 russi, l'inchiesta svela i metodi della guerra ibrida
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Redazione Interno
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Una scheda di memoria nascosta nella fessura di un muro, telefoni infilati in un forno a microonde nel tentativo di schermare le conversazioni, pizzini passati di mano e incontri su panchine e tavolini di bar. Non è il repertorio di un romanzo di spionaggio, ma la trama operativa che emerge dall'inchiesta della Procura di Roma sulla presunta rete informativa costruita in Italia a beneficio dell'intelligence militare russa.
L'indagine, coordinata dal pm Lucia Lotti e partita da una segnalazione dell'Aisi nel 2025, ha portato all'arresto di due ex agenti italiani e, nelle scorse ore, all'espulsione immediata di due addetti militari dell'ambasciata russa a Roma, Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov.
L'inchiesta e gli arresti
Il fulcro dell'indagine ruota attorno alla figura di Gavino Raoul Piras, cinquantanovenne ex sottufficiale dell'Arma dei Carabinieri e già in forza all'intelligence italiana, e del suo collega Vincenzo Di Pasquale. Entrambi si trovano attualmente agli arresti domiciliari con l'accusa di spionaggio politico e militare, rivelazione di segreti di Stato e procacciamento di notizie concernenti la sicurezza nazionale.
Secondo la ricostruzione della Procura, i due ex 007 avrebbero venduto ai contatti russi un pacchetto di informazioni sensibili, in cambio di compensi che per ogni "fornitura" si aggiravano attorno ai quattromila euro. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito quanto accaduto come "la punta dell'iceberg" di un più ampio "conflitto ibrido" condotto da Mosca, che mira a condizionare la politica e la sicurezza nazionale attraverso l'acquisizione di dati riservati.
I metodi da guerra fredda e i segreti venduti
Le intercettazioni e i pedinamenti dei carabinieri del Ros hanno documentato un vero e proprio manuale dello spionaggio di matrice classica, con tanto di "dead drop" – i tradizionali nascondigli per lo scambio di materiale – utilizzati per trasferire le memorie digitali, con i contatti che avvenivano in luoghi apparentemente innocui come un parco o una panchina nei pressi del lago di Bracciano.
La documentazione sequestrata e le testimonianze raccolte indicano che il materiale trasmesso ai russi riguardava dati cruciali per la difesa nazionale e la NATO, inclusi dettagli sullo sviluppo del sistema missilistico SAMP/T e su un sottomarino senza pilota prodotto dal gruppo Leonardo, oltre a informazioni sugli approvvigionamenti di carburante e sulle strategie antiterrorismo. Un aspetto particolarmente grave riguarda l'asserita rivelazione dell'identità di agenti italiani impegnati in attività di controspionaggio, un'esposizione che avrebbe messo a rischio il personale operativo.
L'espulsione dei diplomatici e la replica di Mosca
La decisione del governo italiano, formalizzata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha colpito i due diplomatici russi individuati come gestori dell'operazione, ordinando loro di lasciare il territorio nazionale entro tre giorni. Tajani ha definito l'accaduto come "un'ingerenza grave e inaccettabile per le istituzioni italiane e per la sicurezza nazionale". Di contro, l'ambasciatore russo a Roma Alexei Paramonov è stato convocato alla Farnesina e, come risposta, il Cremlino ha immediatamente promesso di reagire all'espulsione, minacciando ritorsioni diplomatiche.
Dal canto suo, la difesa dell'ex agente Piras, attraverso l'avvocato Francesco Vaccaro, ha respinto le accuse, sostenendo che il suo assistito si è sempre limitato a raccogliere informazioni da fonti aperte e che i materiali ceduti non avevano carattere di segretezza, una linea difensiva che verrà probabilmente ribadita nel corso dell'interrogatorio di garanzia previsto per i prossimi giorni. Oltre ai due arrestati, l'inchiesta coinvolge altri quattro militari, alcuni dei quali in servizio attivo fino a poco tempo fa, a conferma della ramificazione della rete.




