Alex Zanardi, quando il sorpasso impossibile diventò leggenda: “The Pass” a Laguna Seca

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Ci sono piloti che si ricordano per i numeri – le vittorie, i titoli, le pole position – e poi ci sono quelli che restano nella memoria per un gesto, un istante, una traiettoria che nessuno aveva immaginato prima di loro. Alex Zanardi, scomparso recentemente all’età di 59 anni, apparteneva senza dubbio a questa seconda categoria, sebbene a guardare bene i numeri li avesse eccome: due volte campione CART negli Stati Uniti, campione paralimpico capace di riscrivere completamente la propria esistenza dopo il terribile incidente del Lausitzring del 2001, quando perse entrambe le gambe in un impatto spaventoso durante una gara di Champ Car. Ma per capire l’uomo, forse, bisogna partire da una curva, da quel pomeriggio del 1996 a Laguna Seca, quando Zanardi firmò quella che ancora oggi viene chiamata semplicemente “The Pass” – il sorpasso.

Il “Cavatappi” californiano e la manovra che fece la storia

Laguna Seca, tra le colline di Monterey, ospita uno dei tratti più celebri del motorsport mondiale: il Corkscrew, il “Cavatappi”. Una sequenza di sinistra-destra cieca, in discesa, che precede una salita violentissima; più che una curva, una prova di fede per chiunque si trovi a 800 cavalli tra le mani. Era il 1996, l’anno del debutto di Zanardi nel campionato CART con il team Chip Ganassi, reduce da un’esperienza in Formula 1 che non aveva restituito al suo talento ciò che meritava. In America trovò un mondo nuovo – piste sconosciute, ovali complicati, avversari tostissimi – ma anche la possibilità di riscattarsi. Dopo un inizio complicato arrivò la consacrazione a Portland, con una pole position seguita da vittoria e giro veloce. E poi l’atto finale a Laguna Seca, dove Zanardi partì dalla pole.

Fu lì che Brian Herta, pilota americano solido e veloce, riuscì a passarlo dopo il primo pit stop, costringendo Alex a un inseguimento serrato. A cinque giri dalla fine un errore alla curva Rainey sembrò chiudere definitivamente i giochi in favore di Herta: all’ultimo giro, prima della bandiera a scacchi, il distacco era di circa un secondo. Troppo, su un tracciato come quello, contro un avversario che non aveva alcuna intenzione di concedere spazio. Ma Zanardi era uno di quei piloti capaci di vedere una fessura dove gli altri vedevano solo un muro, una traiettoria dove tutti vedevano il nulla.

Le due vetture si arrampicarono verso il Corkscrew. Herta davanti, Zanardi incollato al suo retrotreno. Qualcuno avrebbe gettato la spugna, ma Alex decise che non era ancora finita: staccò tardissimo, si infilò all’interno, oltre il cordolo, oltre la linea, oltre ogni ragionevole traiettoria. La sua Reynard rossa scese nel Cavatappi come se avesse trovato una strada invisibile – una manovra che, se non fosse riuscita, sarebbe stata definita pura follia. Invece diventò storia. Zanardi tagliò il traguardo per primo, consegnando al pubblico americano un’immagine destinata a restare e, con essa, il primo atto di una leggenda fatta di coraggio, istinto e di quella capacità, tutta sua, di non accettare mai il limite come qualcosa di definitivo.

Oltre la pista: l’eredità di un “artigiano del possibile”

Quel sorpasso, in fondo, conteneva già tutto Alex Zanardi: il pilota che non si accontentava, l’uomo che cercava sempre un modo per rimettersi in gioco. Una qualità che avrebbe assunto un significato ancora più grande dopo il Lausitzring, quando la vita gli presentò una sfida infinitamente più dura di qualunque curva. Ed è proprio da quella seconda vita che nasce “Obiettivo 3”, l’associazione fondata dallo stesso Zanardi per sostenere atleti con disabilità dal punto di vista tecnico, formativo ed economico. Dei suoi ragazzi, di quelli che lui chiamava “i combattenti”, si è detto recentemente che lo ricordano con le mani sempre sporche di grasso, intento a regolare un cambio nel capannino o nel parcheggio di un albergo nel cuore della notte.

Per loro, come hanno raccontato Flavio Gaudiello, Annalisa Baraldo e Mauro Preziosa durante l’ultimo saluto a Padova, lui non vendeva sogni: accendeva fiamme e riusciva a trasformare la pesantezza della disabilità in un soffio di aria fresca. “Il termine eredità non ci piace”, hanno detto, perché troppo statico per uno che ha corso a trecento all’ora per tutta la vita. La loro promessa è un’altra: portare avanti quella sfida folle di “Obiettivo 3”, dove il limite non è un muro ma solo un punto di passaggio, continuando a spingere sui pedali al posto del loro Capitano.

La lezione a Bebe Vio, il ricordo di chi l’ha incontrato da ragazzina

Quel modo di fare – concreto, presente, capace di trasformare le idee più folli in realtà – l’aveva sperimentato sulla propria pelle anche Bebe Vio, che nel 2009, a soli 12 anni, era una giovane schermitrice all’inizio del suo percorso paralimpico, disorientata e intimorita. Fu in quell’occasione che incontrò Zanardi, e l’incontro – lo ha raccontato la stessa campionessa in un post dopo la scomparsa di Alex – cambiò tutto. “Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto”, ha scritto, definendolo “un onore e un grande privilegio averlo avuto come tutor sportivo e di vita”. Una testimonianza, questa, che restituisce la portata di un uomo capace di essere molto più che un atleta: un riferimento, un punto fermo, una di quelle figure che ti prendono per mano e ti insegnano a guardare avanti.

Il “no” secco di Merzario: “Zanardi con l’Autodromo c’entra come i cavoli a merenda”

Non sono mancate, in questi giorni, proposte per dedicare a Zanardi spazi iconici del motorsport italiano. Tra queste, quella avanzata da Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, di intitolargli l’Autodromo Nazionale di Monza. Una suggestione che ha trovato però un immediato e tranchant oppositore in Arturo Merzario, ex pilota di Formula 1, il quale non ha usato mezzi termini per bocciare l’iniziativa. “Signor Rampelli – ha dichiarato Merzario – probabilmente è per farsi della pubblicità politica, perché Zanardi con l’Autodromo c’entra come i cavoli a merenda”. Una presa di posizione netta, che riporta il dibattito sul piano dei fatti e dei legami effettivi, senza lasciare spazio a retorica o strumentalizzazioni. Per Merzario, insomma, l’affetto e la stima verso il campione non devono tradursi in intitolazioni forzate, ma semmai in un ricordo più autentico legato ai luoghi che Zanardi ha davvero frequentato e resi grandi.

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