L’Atletico Madrid naufraga a Siviglia: la Coppa del Re vola a San Sebastian, per Simeone resta solo la Champions
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Redazione Sport
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Sembrava la notte della resurrezione, quella che doveva cancellare un mese di sofferenze e riaprire un ciclo vittorioso, e invece per l’Atletico Madrid è arrivata la doccia gelata più amara della stagione. La sconfitta patita ieri sera alla Cartuja di Siviglia per mano della Real Sociedad, decisa solo ai calci di rigore dopo un 2-2 che ha tenuto i cuori dei tifosi in ostaggio per oltre centoventi minuti, chiude di fatto un aprile disastroso per i Colchoneros. Con una sola vittoria nelle ultime quattro settimane – seppur quella decisiva per approdare alle semifinali di Champions League – il club allenato da Diego Simeone si ritrova ora a fare i conti con una realtà fatta di nervi scoperti e di un gioco che, nei momenti che contano, sembra inciampare regolarmente sui propri piedi. La Copa del Rey, l’obiettivo concreto per riempire una bacheca che da tre anni non vedeva un trofeo importante, è volata via dalle mani dei madrileni, che hanno dovuto cedere il passo a una squadra costruita con il cuore e con la testa, guidata da un tecnico capace di ribaltare i pronostici e di scrivere la storia.
Per capire la portata di questo ko non basta analizzare i novanta minuti regolamentari, durante i quali l’Atletico ha inseguito per due volte il risultato. C’è un dato impietoso che fotografa lo stato d’animo dello spogliatoio e della tifoseria: nelle ultime quattro partite giocate – tra campionato e coppa – la squadra di Simeone ha collezionato una sola affermazione, ed è stata quella che ha steso il Barcellona nella doppia sfida di Champions, garantendo l’accesso tra le migliori quattro d’Europa. Quel successo, tuttavia, rischia di rivelarsi una goccia nel deserto se non verrà supportato da un percorso netto nella competizione europea, che adesso rappresenta non solo un’ancora di salvezza, ma l’unica via d’uscita per evitare che l’intera stagione venga archiviata come un fallimento. Il pareggio in campionato contro un avversario ostico e le sconfitte che hanno allontanato i Colchoneros dalla lotta per il titolo sono state il preludio di una finale giocata male, nella quale la Real Sociedad è apparsa più lucida e più cinica.
Sulla panchina basca siede un italoamericano di 48 anni, Pellegrino Matarazzo, che in pochi mesi ha compiuto un piccolo miracolo sportivo. Arrivato a dicembre in un clima di emergenza – la squadra era sprofondata nei bassifondi della classifica, con l’incubo della retrocessione a fare capolino –, l’ex allenatore di Hoffenheim e Stoccarda non solo ha risollevato le sorti del club, portandolo all’attuale settimo posto, ma ha anche centrato un traguardo storico: la quarta Coppa del Re per la Real, a sei anni di distanza dall’ultimo trionfo ottenuto in quello strano 2020 segnato dalla pandemia. Ma c’è un altro record che rende la serata indimenticabile per il tecnico, che è diventato il primo allenatore con passaporto statunitense a conquistare un trofeo ufficiale in uno dei cinque principali campionati europei. Una curiosità, se vogliamo, ma che testimonia il valore di una figura capace di imporsi in un ambiente tradizionalista come quello spagnolo, sfatando il luogo comune che vorrebbe i tecnici americani adatti solo a realtà di secondo piano.
La finale, va detto, è stata un concentrato di tensione e di episodi. La Real ha sbloccato il punteggio dopo soli quattordici secondi, con un guizzo che ha subito messo l’Atletico contro le corde, ma i Colchoneros hanno avuto la forza di reagire prima con il pareggio di Lookman e poi di trovare, nel corso del secondo tempo supplementare, l’illusoria via dell’eternità grazie a un guizzo di un attaccante di peso. Ma alla lunga, la stanchezza e forse una certa rassegnazione hanno preso il sopravvento negli animi dei giocatori di Simeone. A decidere le sorti del match è stato un giovane portiere, che tra i pali si è trasformato in un muro insormontabile durante la lotteria dei penalty, respingendo i tentativi avversari e consegnando la coppa nelle mani di un’intera città. A San Sebastian, come riportano le cronache, la festa è esplosa ben prima del fischio finale, con migliaia di tifosi radunati davanti ai maxi-schermi che hanno potuto abbracciare idealmente i loro eroi, in una notte che difficilmente dimenticheranno.
La difesa dell’Atletico, un tempo bastione inviolabile, ha mostrato crepe preoccupanti
L’analisi tecnica di questa sconfitta non può prescindere dal momento negativo che sta attraversando la retroguardia madrilena. Nei match cruciali, la solidità che ha sempre contraddistinto l’era Simeone sembra essersi improvvisamente dissolta, lasciando spazio a errori individuali e a distrazioni fatali. Se si eccettua la sfida contro il Barcellona, dove il carattere ha sopperito ai limiti tattici, in tutte le altre occasioni l’Atletico ha subito gol evitabili, pagando un dazio salato in termini di punti e di morale. La finale di Siviglia è stata l’ennesima dimostrazione di una fragilità che non era mai emersa con tanta chiarezza nelle scorse stagioni, e che ora rischia di compromettere anche l’avventura in Champions League.
L’impresa di Matarazzo riscrive la gerarchia del calcio spagnolo
Mentre Simeone cerca di ricomporre i cocci di un gruppo allo sbando, la Real Sociedad si gode un meritato bagno di folla. L’allenatore italoamericano, in pochi mesi, ha ridato un’identità precisa a una squadra che vagava senza una guida, riuscendo a creare un gruppo coeso e capace di esprimere un calcio efficace senza rinunciare alla sostanza. Il settimo posto in classifica è solo un numero, perché il vero trofeo – quello che conta davvero – è già stato alzato al cielo. Per il club basco si tratta di una rivincita sociale oltre che sportiva, la conferma che con programmazione e intelligenza si possono colmare divari che sembravano incolmabili. La coppa, la quarta della storia, viene festeggiata per le strade di San Sebastian come meritano i grandi eventi, mentre a Madrid si piange un’occasione persa e forse anche qualcosa di più profondo: la consapevolezza che forse questo ciclo sta davvero esaurendo la sua spinta propulsiva.




