Giorno del Ricordo, un applauso in Aula e le cerimonie in tutta Italia
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Redazione Interno
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Un lungo applauso, che è sembrato rompere il consueto rituale istituzionale, ha attraversato l’Aula di Montecitorio durante la cerimonia per il Giorno del Ricordo, alla quale hanno preso parte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quel gesto collettivo, scaturito dalle parole del presidente della Camera, ha sottolineato il peso di una memoria che, dopo decenni di oblio, è diventata parte costitutiva della riflessione pubblica nazionale. La commemorazione, che si svolge ogni anno il 10 febbraio per conservare il ricordo della tragedia degli italiani vittime delle foibe e dell’esodo forzato dalle loro terre, ha trovato un momento particolarmente significativo proprio tra i banchi del Parlamento, dove il ricordo si è trasformato in un atto condiviso e solenne, lontano da qualsiasi strumentalizzazione.
Le parole di Fontana e la complessità della storia
Il presidente della Camera, prendendo la parola, ha definito quella delle foibe e dell’esodo “una delle pagine più dolorose della nostra storia”, unendosi al “commosso ricordo dei tanti connazionali” colpiti da quelle vicende. Ha parlato, senza mezzi termini, della “complessa vicenda del confine orientale”, una definizione che racchiude in sé la stratificazione di sofferenze, tensioni nazionali e rivendicazioni territoriali che segnarono il secondo dopoguerra in quelle regioni. Le sue parole, accolte dall’applauso parlamentare, hanno rimarcato come quel capitolo storico, per lungo tempo relegato in un cono d’ombra, sia ormai riconosciuto nella sua drammatica interezza, diventando oggetto di studio e di una doverosa memoria collettiva, pur nella consapevolezza delle sue intricate radici.
I luoghi della memoria: da Napoli a Bergamo
Oltre la capitale, le iniziative si sono moltiplicate in tutta la penisola, ciascuna legata a una storia locale che racconta un pezzo di quella tragedia nazionale. A Napoli, ad esempio, la cerimonia si è tenuta nel Real Bosco di Capodimonte, un luogo che non fu scelto a caso: l’area, infatti, ospitò per anni uno dei principali Centri Raccolta Profughi della città, divenendo un simbolo tangibile dell’accoglienza e, al tempo stesso, della sofferenza patita da migliaia di esuli giuliano-dalmati. La deposizione di una corona d’alloro in quel parco ha quindi un valore che va oltre il rituale, costituendo un ponte concreto con il passato e con le storie di chi, arrivato lì con nulla, dovette ricostruire una vita.
Il dovere della conoscenza oltre la retorica
A Bergamo, davanti al monumento dedicato alle vittime delle foiche alla Rocca, la sindaca ha posto l’accento su un aspetto cruciale: quella vicenda, ha ricordato, “ha segnato in profondità la vita di migliaia di nostri connazionali e per molti anni è rimasta ai margini del racconto pubblico”. Una considerazione che sposta l’attenzione dal solo momento commemorativo alla necessità di una conoscenza storica continua e approfondita. Le cerimonie, con la deposizione di corone e gli interventi ufficiali, rappresentano il momento più visibile di un percorso di ricostruzione della memoria che deve proseguire nelle scuole e nella società, per evitare che simili pagine, per la loro stessa drammaticità, possano nuovamente scivolare nell’oblio.




