Il ricordo delle vittime del Covid, tra cerimonie e la ferita che il tempo non cancella

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A sei anni esatti da quel 18 marzo 2020, quando le immagini dei camion militari carichi di bare a Bergamo fecero il giro del mondo consegnando alla storia l’orrore della pandemia, l’Italia si è fermata per la Giornata nazionale in memoria di chi perse la vita a causa del virus. Una data, quella scelta nel 2021 per onorare le vittime, che ha visto istituzioni e cittadini riunirsi in numerose cerimonie pubbliche, dal Nord al Centro della penisola, per restituire un volto e una dignità a quei numeri che, giorno dopo giorno, segnarono i bollettini di una guerra combattuta nelle corsie degli ospedali e nel silenzio irreale delle strade deserte. Il ricordo, come hanno sottolineato in molti, non è solo un atto dovuto verso chi non c’è più, ma anche un monito per il presente e, soprattutto, per il futuro del Paese e del suo sistema sanitario.

La presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, ha scelto i social per condividere una riflessione intima e profonda, definendo quella perdita collettiva come “una ferita dell’anima che il tempo attenua, ma che resta”. Nel suo messaggio, Proietti ha voluto riportare alla mente quei giorni lontani ma indelebili, quando il silenzio aveva improvvisamente riempito le città e le ambulanze rappresentavano l’unico suono in grado di infrangere la quiete di strade altrimenti vuote, mentre i balconi diventavano l’unico palcoscenico per sentirsi comunità. Il suo pensiero, ha spiegato, è andato inevitabilmente a chi è stato portato via dal virus, a quelle famiglie costrette a dire addio ai propri cari a distanza, senza poter stringere una mano o ricevere un ultimo abbraccio, una lacerazione che ancora oggi segna la memoria collettiva di chi visse quei frangenti anche nelle vesti di amministratore.

Parallelamente, nelle Marche, la città di Macerata ha commemorato i suoi concittadini deceduti con una sobria cerimonia presso il civico cimitero. Alla presenza del prefetto Giovanni Signer e delle autorità cittadine, il sindaco Sandro Parcaroli ha deposto una corona d’alloro, un gesto simbolico per onorare la memoria di coloro che, come ha tenuto a precisare il primo cittadino nel suo intervento, non sono stati semplicemente dei numeri ma volti, storie e affetti che il territorio non potrà dimenticare. Un momento di raccoglimento, quello maceratese, che ha voluto ribadire il legame profondo tra la comunità e chi è stato colpito dal lutto, in una giornata che ha visto bandiere a mezz’asta e momenti di preghiera in tutta la regione.

Non solo il capoluogo, però. Un segno tangibile di vicinanza è arrivato anche da Codogno, il comune lodigiano che per primo conobbe il dramma del contagio. Una delegazione composta da rappresentanti della Pro loco, della protezione civile e dell’Associazione nazionale carabinieri è partita alla volta di Vo’ Euganeo, in Veneto, per partecipare alla cerimonia organizzata nel piccolo comune che condivise con il basso lodigiano l’esperienza drammatica della prima “zona rossa”. Un gemellaggio nel dolore e nella resilienza, che ha voluto suggellare un legame nato in quei giorni di paura e incertezza, quando l’intero Paese guardava a quei territori come all’epicentro di un terremoto sanitario senza precedenti. A Vo’, come ha raccontato chi era presente, la commemorazione è stata anche l’occasione per una passeggiata simbolica e per l’inaugurazione di nuovi spazi scolastici, a testimoniare che la memoria può e deve camminare di pari passo con la rinascita e la fiducia nel domani.

L’omelia laica di Bergamo e il monito degli infermieri

È stata però Bergamo, come inevitabile che fosse, il cuore pulsante delle celebrazioni nazionali. La città simbolo della tragedia, quella che vide il suo cimitero monumentale insufficiente a contenere tanto dolore, ha ospitato le autorità e i familiari delle vittime per una serie di eventi toccanti. Il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, intervenuto alle celebrazioni, ha voluto ricordare come Bergamo rappresenti ormai un “luogo della memoria nazionale”, un nome che evoca un tempo che si credeva impossibile da attraversare, quando tutto si fermò ma il dolore, al contrario, non conobbe sosta. Zangrillo ha richiamato alla mente l’immagine, ormai iconica e indelebile, di quella sera del 18 marzo 2020, quando i carri militari sfilarono nel silenzio irreale della città, scortando decine di feretri verso altri luoghi di sepoltura. Un’immagine, ha detto il ministro, che nessuno potrà dimenticare.

Accanto al ricordo, però, in questa sesta ricorrenza si è levato forte anche un grido d’allarme che arriva direttamente da chi quella emergenza la combatte in prima linea. Il sindacato degli infermieri Nursind, per bocca del suo segretario nazionale Andrea Bottega, ha voluto lanciare una denuncia pungente e realistica. A suo dire, a sei anni di distanza, l’Italia non è ancora davvero uscita dalla logica dell’emergenza. Bottega ha citato le proroghe contenute nel decreto Milleproroghe, come quella che consente l’esercizio della professione a sanitari con titoli conseguiti all’estero senza il pieno riconoscimento del ministero, o quella per gli incarichi ai medici specializzandi senza concorso. Una situazione, ha spiegato, che stride con il dovuto rispetto per le vittime e che dimostra come si continui a lavorare “in regime pandemico”. Il sindacato ha poi puntato il dito contro il mancato potenziamento delle terapie intensive, con quasi 1.700 posti letto ancora da attivare rispetto agli obiettivi del Pnrr, e la cronica carenza di infermieri nelle Case di comunità, fondamentali per la medicina territoriale. Una beffa, l’hanno definita, che si aggiunge al dolore per i colleghi caduti durante la lotta al virus.

Il valore della memoria come responsabilità collettiva

In questo mosaico di commemorazioni, la presidente Proietti è tornata a insistere su un concetto chiave, ovvero che custodire la memoria di ciò che è accaduto rappresenta una vera e propria responsabilità pubblica. Ricordare le vittime, ha spiegato, significa rinnovare ogni giorno l’impegno delle istituzioni a tutela della salute, della dignità e della vita delle persone, trasformando una ferita profonda in un motore per decisioni più consapevoli. La pandemia, ha aggiunto, è stata una pagina che continua a interrogarci su come intendiamo costruire il presente e il futuro, sottolineando il ruolo determinante della rete sanitaria, dei medici, degli infermieri e dei volontari che in quei mesi misero il proprio tra il virus e gli altri, pagando talvolta con la vita stessa il loro senso del dovere.

Anche la Croce Rossa Italiana, attraverso il suo presidente Rosario Valastro, ha voluto unirsi al coro di voci per onorare chi non c’è più e per ringraziare chi ha continuato a esserci. In una nota, Valastro ha ricordato come i volontari dell’associazione siano stati in prima linea fin dall’inizio, assistendo i malati e sostenendo i più fragili, con un coraggio e una dedizione che in alcuni casi sono risultati fatali. Il suo pensiero è andato dunque alle vittime, ai familiari, agli amici e ai colleghi scomparsi, ma anche a tutto il personale sanitario che, con senso del dovere, scelse di non lasciare soli i cittadini nei frangenti più bui di quella crisi globale.

Dalle Alpi agli Appennini, il filo rosso che ha unito le celebrazioni è stato dunque il tentativo di trasformare il dolore in memoria attiva. Che si trattasse della deposizione di una corona in un piccolo cimitero di provincia o di una cerimonia istituzionale nella Bergamo ferita, il messaggio è apparso unanime. Non si tratta solo di guardare indietro, ma di fare in modo che quella esperienza, con il suo carico di sofferenza e di insegnamenti, diventi parte del Dna civile e politico del Paese. Un patrimonio di coscienza collettiva che, come hanno ribadito gli amministratori locali, deve tradursi in scelte concrete per il rafforzamento della sanità pubblica, nella programmazione e nella capacità di rispondere tempestivamente alle esigenze dei cittadini, affinché il sacrificio di migliaia di italiani non sia stato vano e il futuro possa essere affrontato con maggiore consapevolezza e strumenti più adeguati.

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