La bufera all’Ospedale universitario di Zurigo: decine di morti evitabili in cardiochirurgia e un mea culpa storico
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Redazione Esteri
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Non è solo un caso di malasanità, quanto piuttosto un vero e proprio terremoto giudiziario e scientifico quello che ha scosso le fondamenta dell’Ospedale universitario di Zurigo (USZ). La prestigiosa struttura elvetica, infatti, ha dovuto ingoiare un boccone amaro, ammettendo pubblicamente gravi mancanze avvenute nel reparto di cardiochirurgia tra il 2016 e il 2020, un periodo, questo, segnato da un tasso di mortalità inspiegabilmente elevato. A dare il via alla resa dei conti è stata un’inchiesta amministrativa indipendente, i cui risultati, resi noti martedì, hanno spinto i vertici a chiedere ufficialmente scusa ai familiari delle vittime e a innescare un avvitamento delle cariche dirigenziali.
Il primato di morte sotto la lente d’ingrandimento
L’indagine, affidata a una commissione guidata dall’ex giudice federale Niklaus Oberholzer, ha analizzato nel dettaglio i numeri della gestione del professor Francesco Maisano, l’allora primario di origine italiana la cui nomina – avvenuta in fretta e furia nel 2014 secondo il rapporto – viene oggi indicata come una delle concause principali del disastro. I dati parlano chiaro e gelano il sangue: su circa 4.500 interventi eseguiti sotto la sua direzione, si registra una sovramortalità statisticamente significativa, pari a 68-74 decessi in eccesso rispetto alla media nazionale e internazionale. In soldoni, quasi un quarto dei pazienti che hanno perso la vita su quel tavolo operatorio avrebbe probabilmente avuto una chance in più in un altro ospedale. Delle 307 morti esaminate caso per caso, ben 11 sono state classificate come “inattese” e sono state immediatamente trasmesse alla procura del Canton Zurigo, insieme ad altrettanti episodi (13 per la precisione) di utilizzo “inappropriato” di dispositivi medici.
Il conflitto di interessi nascosto e le protesi “sperimentali”
Ciò che rende la vicenda ancora più inquietante, agli occhi degli inquirenti come in quelli dell’opinione pubblica, è l’ombra lunga dei conflitti di interesse mai dichiarati. Emerge, dalle oltre 200 pagine del dossier, che Maisano avrebbe impiantato nei pazienti proteste innovative – in particolare il sistema “Cardioband” per la riparazione delle valvole cardiache – senza rivelare il suo legame economico con l’azienda produttrice, una società della quale deteneva partecipazioni e per la quale aveva agito in passato come Chief Medical Officer. In pratica, la spinta verso l’innovazione tecnologica, che solitamente rappresenta un vanto per una clinica universitaria, si è trasformata in un boomerang letale. La relazione dell’ex giudice Oberholzer, ripresa dalla stampa svizzera, sottolinea come “troppi pazienti siano stati sacrificati in nome dell’innovazione”, citando le parole del cardiochirurgo René Prêtre, mentre l’innovazione stessa veniva piegata a logiche che nulla avevano a che fare con la sicurezza del malato.
Un sistema di vigilanza collassato
Tuttavia, sarebbe riduttivo e forse ingiusto addossare l’intera responsabilità sulle spalle del solo primario italiano, che al momento lavora al San Raffaele di Milano e che non ha commentato le accuse. L’inchiesta, infatti, ha sollevato il coperchio su un vaso di Pandora gestionale che coinvolge l’intera catena di comando dell’USZ di quegli anni. La direzione dell’ospedale, si legge nel verdetto, mancò completamente il proprio dovere di vigilanza: i segnali d’allarme, lanciati già nel 2018 da un whistleblower interno (un primario che denunciò lesioni cardiache e operazioni inutili), furono sottovalutati o ignorati, e la macchina dei controlli rimase inceppata per troppo tempo. Per porre rimedio a questo “fallimento totale della leadership”, come è stato definito, tre membri storici del consiglio d’amministrazione hanno rassegnato le dimissioni, un atto dovuto che l’istituto spera serva a facilitare un nuovo inizio. Al di là delle scuse e delle polizze assicurative (è stato attivato un centro di consulenza per i parenti delle vittime), resta l’amaro in bocca per una vicenda che ha minato la fiducia in uno dei fiori all’occhiello della sanità elvetica.




