La ‘morte in eccesso’ alla cardiochirurgia di Zurigo: ‘Un quarto dei pazienti sarebbe sopravvissuto in un altro ospedale’

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’indagine condotta dall’ex giudice federale Niklaus Oberholzer, che ha presieduto la commissione d’inchiesta interna all’Ospedale universitario di Zurigo (USZ), ha restituito un quadro dai contorni netti e, per molti versi, spietati. Attraverso un lavoro minuzioso di comparazione – che ha incrociato i dati reali di mortalità del reparto di cardiochirurgia con diversi modelli statistici, sia svizzeri sia internazionali – si è potuto stabilire che il tasso di decessi osservato risultava “molto superiore alla norma”. L’ex magistrato federale, nel presentare le conclusioni, ha quantificato l’eccedenza in circa settanta pazienti i quali, se fossero stati operati in un’altra struttura, avrebbero avuto una concreta possibilità di sopravvivenza. Una cifra, quest’ultima, che corrisponde a poco meno di un quarto dei pazienti deceduti nel periodo considerato, il che trasforma un sospetto statistico in una drammatica evidenza clinica.

Il mea culpa dell’USZ tra dimissioni ai vertici e scuse ufficiali

A fronte di quanto emerso dalla relazione – un documento di oltre duecento pagine che ha scosso l’intero sistema sanitario elvetico – la direzione dell’Ospedale universitario di Zurigo non ha potuto fare altro che ammettere le proprie colpe. Sono state riconosciute “gravi mancanze” organizzative e cliniche, così come una serie di decessi definiti “inaspettati” tra il 2016 e il 2020. L’istituzione ha annunciato le dimissioni di alcuni vertici della clinica e ha presentato scuse formali, un gesto che raramente si vede in ambito ospedaliero. La genesi di questa débâcle, secondo quanto si legge nella stessa inchiesta, risiederebbe in larga parte nella “nomina affrettata” dell’allora primario, il noto professionista italiano Francesco Maisano, la cui scelta – a posteriori – è stata giudicata precipitosamente avventata.

Dispositivi innovativi e procedure opache: i sospetti sull’uso ‘inappropriato’

Non è solo il numero di decessi a far tremare i polsi dei vertici dell’USZ. La commissione guidata da Oberholzer ha sollevato anche pesanti interrogativi sull’impiego, in almeno una dozzina di casi, di dispositivi medici innovativi. L’utilizzo di questi strumenti sarebbe stato “inappropriato”, una terminologia tecnica che nel lessico delle inchieste sanitarie equivale a una potenziale violazione dei protocolli di sicurezza. A ciò si aggiunge la circostanza che, in precedenza, era stato lo stesso Consiglio dell’ospedale a presentare una denuncia – o, per meglio dire, una segnalazione alle autorità – riguardante undici episodi di decessi inattesi e tredici episodi di presunto uso improprio dei dispositivi. Di questi, tre casi hanno portato all’apertura di un procedimento formale lo scorso marzo, un passaggio giudiziario che ancora non ha trovato un epilogo.

Dall’inchiesta interna alle prime ripercussioni penali

L’evolversi della vicenda ha dunque assunto, col tempo, i tratti di un vero e proprio terremoto giudiziario oltre che clinico. L’inchiesta interna, inizialmente circoscritta al perimetro amministrativo dell’USZ, ha finito per innestarsi su un terreno minato fatto di responsabilità individuali e possibili negligenze. Se la relazione individua nel metodo di selezione del primario – e nella sua successiva gestione del reparto – una delle cause principali dell’“eccesso di mortalità”, dall’altra parte le segnalazioni del Consiglio hanno trasformato il sospetto in atto formale. Il fatto che la procura abbia già aperto tre fascicoli lascia intendere come non si tratti di una semplice riorganizzazione interna, bensì di una vicenda i cui sviluppi giudiziari sono solo all’inizio. Per ora, quel che resta è un numero: settanta vite che, in un altro contesto, avrebbero potuto essere salvate.

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