Il Libano e la scommessa dei negoziati diretti con Israele

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La presidenza della Repubblica libanese, nella persona di Joseph Aoun, ha rotto negli ultimi giorni un tabù che durava da decenni, spingendo per l’avvio di negoziati diretti con Israele; una proposta che, se da un lato rappresenta una doccia fredda sulle retoriche abituali della resistenza, dall’altro espone il capo dello Stato all’accusa, piuttosto pesante, di cinismo o di realismo spinto, a seconda dei punti di vista. In un contesto in cui l’esercito israeliano conduce raid su larga scala nella periferia sud di Beirut e nel sud del paese – con un bilancio che il ministero della Sanità libanese ha aggiornato a oltre seicento vittime dall’inizio delle ostilità – la mossa di Aoun appare come un tentativo estremo di sottrarre il paese alla morsa in cui si trova stretto. Il presidente, infatti, ha accusato Hezbollah di voler trascinare la nazione in una guerra per procura che non appartiene agli interessi nazionali, ma piuttosto a quelli dell’Iran, parlando esplicitamente di un “collasso” evitabile solo attraverso la diplomazia.

La strategia del presidente tra pressioni internazionali e emergenza umanitaria

La posizione di Aoun, per quanto coraggiosa o azzardata che dir si voglia, si inserisce in un quadro di emergenza totale: con oltre ottocentomila sfollati – un quinto della popolazione – e le infrastrutture del paese messe a dura prova dai bombardamenti, la priorità sembra essere diventata la sopravvivenza dello stato più che la solidarietà con la causa palestinese o con gli alleati storici. Il presidente, durante un colloquio con i vertici dell’Unione Europea, ha descritto una situazione in cui migliaia di cittadini vagano senza riparo, spingendo Bruxelles a mobilitare aiuti umanitari per centinaia di milioni di euro, ma è evidente che la soluzione, agli occhi di Aoun, non possa essere solo assistenziale. La richiesta di negoziare direttamente con Tel Aviv, magari sotto egida internazionale, mira a scardinare quel principio di ostilità permanente che ha reso il Libano un terreno di scontro vulnerabile alle dinamiche regionali innescate anche dall’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, offensiva che ha visto Hezbollah rispondere al fianco di Teheran.

Le reazioni europee e il nodo del disarmo del partito-milizia

Sul fronte diplomatico, l’Alta rappresentante per la Politica estera dell’UE, Kaja Kallas, pur riconoscendo a Israele il diritto di difendersi, ha definito la risposta dello stato ebraico sproporzionata, definendola “pesante” e invitando Tel Aviv a cessare le operazioni per evitare che il paese dei cedri sprofondi definitivamente nel caos. Kallas, nel suo intervento, ha ribadito un concetto che a Beirut suona come un’ingerenza necessaria: Hezbollah deve disarmarsi e cessare ogni azione contro Israele, perché il suo ruolo di proxy iraniano mette in pericolo l’intera regione. Una posizione, quella dell’UE, che cerca di bilanciare la condanna delle violazioni del diritto internazionale – come l’uso di munizioni al fosforo bianco documentato da Human Rights Watch – con la necessità di non isolare completamente Gerusalemme, in un momento in cui gli equilibri interni al governo israeliano restano tesi e la figura di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, influisce inevitabilmente sulle dinamiche di sostegno militare.

Il peso della crisi e le incognite sul futuro istituzionale

La richiesta di negoziare con il nemico storico, che Aoun ha motivato ricordando come tutte le guerre finiscano con un tavolo di trattativa – e si tratta, ha detto, di parlare non con un amico ma con un avversario – arriva in un momento di profonda crisi istituzionale, testimoniata anche dal rinvio delle elezioni parlamentari al 2028. Mentre il parlamento libanese, con un voto che sa di autotutela, ha deciso di prolungare il proprio mandato a causa dell’impossibilità di tenere consultazioni con una popolazione in larga parte sfollata, il primo ministro Nawaf Salam ha confermato la disponibilità dell’esecutivo a un dialogo che includa anche una componente civile, auspicando garanzie internazionali che, però, da Israele non sono ancora arrivate. Nel frattempo, le Forze di Difesa israeliane continuano a colpire quella che definiscono l’infrastruttura terroristica di Hezbollah nella Dahiyeh, e l’esercito libanese, storicamente debole e divaricato al suo interno, osserva senza poter intervenire, mentre la comunità internazionale si divide tra chi, come Giorgia Meloni, chiede una revisione delle regole d’ingaggio dell’Unifil e chi invece preme per un cessate il fuoco immediato.

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