Il presidente libanese e la scommessa dei negoziati diretti con Israele
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Redazione Esteri
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La polveriera mediorientale, in questi giorni di marzo, registra una scintilla destinata a lasciare il segno, e proviene da Beirut. Mentre il conto dei raid israeliani continua a salire – l’ultimo bollettino del ministero della Sanità libanese parla di centinaia di vittime dall’inizio dell’escalation e di un numero di sfollati che ha superato la drammatica soglia delle ottocentomila unità, un quinto dell’intera popolazione -2-10 – il presidente Joseph Aoun ha rotto un tabù che durava da decenni. In un incontro virtuale con i vertici dell’Unione Europea, Aoun ha lanciato una proposta che sa di terremoto politico: avviare negoziati diretti con Israele. Una mossa che molti, sulla carta, definirebbero kamikaze, e che invece il capo dello Stato libanese sta cercando di confezionare come l’unica via d’uscita da una morsa che stringe il suo paese da troppe direzioni.
La sostanza dell’iniziativa, che il portavoce della presidenza ha illustrato anche alla BBC, è un piano in quattro punti che lega a doppio filo la cessazione delle ostilità con una profonda riorganizzazione interna. Aoun, di fronte ai suoi interlocutori europei, ha messo nero su bianco la necessità di una tregua completa, da ottenere contestualmente a un dispiegamento massiccio dell’esercito libanese in tutte le aree calde. Un dispiegamento che, nelle intenzioni, dovrebbe portare alla confisca degli arsenali e allo smantellamento delle infrastrutture militari di Hezbollah. Solo a quel punto, e qui sta la vera novità, il Libano si dichiarerebbe pronto a sedersi al tavolo con Tel Aviv – sotto egida internazionale, si specifica – per discutere accordi di sicurezza e stabilizzazione dei confini. Un’architettura complessa, nella quale il presidente libanese prova a giocare la carta dell’emergenza nazionale per imporre ciò che anni di crisi non avevano mai permesso: la riaffermazione del monopolio della forza in capo allo Stato.
La tempistica di questa mossa, va detto, non è casuale ed è intrisa di calcoli politici e di letture degli eventi. Lo stesso Aoun, nel presentare il piano, ha usato parole durissime nei confronti del partito-milizia sciita, definendo il lancio di razzi contro Israele del 2 marzo scorso come una “trappola esposta” tesa al Libano e al suo popolo. Un’accusa grave, che fotografa la spaccatura verticale all’interno del paese: da una parte le istituzioni, travolte da una crisi umanitaria senza precedenti con decine di migliaia di famiglie che dormono per strada o nelle auto sul lungomare di Beirut dopo gli ordini di evacuazione israeliani; dall’altra Hezbollah, che ha invece giustificato i suoi attacchi come un atto di solidarietà con l’Iran nel quadro più ampio della guerra regionale innescata dagli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro Teheran.
Tuttavia, l’appello di Aoun rischia di infrangersi contro il muro di gomma di una realtà fatta di macerie e di scetticismo reciproco. Da Tel Aviv, le risposte per ora sono arrivate solo attraverso i fatti e le dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz. Katz, dopo aver accusato il governo libanese di aver fallito nel suo impegno a disarmare Hezbollah, ha rilanciato con una minaccia pesantissima: se Beirut non sarà in grado di controllare il proprio territorio e di fermare le aggressioni verso il nord di Israele, l’esercito israeliano è pronto a “prendere il territorio” e a farlo da solo. Parole che suonano come una dichiarazione di intenti e che rendono la prospettiva di un negoziato, almeno allo stato attuale, una chimera. Lo stesso ambasciatore israeliano in Francia, interpellato sulla proposta, ha raffreddato ogni entusiasmo, affermando di non essere a conoscenza di alcuna decisione in tal senso e ribadendo che la fine della guerra passa solo attraverso il disarmo della fazione sciita.




