Il silenzio di Netanyahu e l’offensiva nel sud: Hezbollah rilancia la sfida mentre Beirut si scopre in trappola

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Per un paio di giorni il presidente libanese, Joseph Aoun, ha atteso invano una replica da Tel Aviv, quasi non riuscisse a spiegarsi perché la proposta di un negoziato diretto con Israele fosse stata accolta da quel muro di gomma che caratterizza il silenzio strategico del governo Netanyahu. L’offerta, veicolata insieme al premier Nawaf Salam, prevedeva un cessate il fuoco immediato durante il quale dare finalmente avvio al piano per il monopolio statale delle armi, quel percorso accidentato che dovrebbe portare al disarmo di Hezbollah e che la comunità internazionale, in varie forme, sollecita da tempo. Poi, ieri mattina, la presa di coscienza: Aoun ha compreso che la guerra è già scivolata in una fase successiva, quella in cui la sua capacità di manovra, di fatto, sarà ridotta ai minimi termini. L’escalation in corso, con raid sempre più intensi che martellano non solo la periferia sud di Beirut ma anche infrastrutture strategiche e ponti storici come quello di Zrarieh sul fiume Litani, dimostra come l’opzione diplomatica sia stata accantonata prima ancora di essere esplorata. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, è stato del resto esplicito nel delineare i costi che il Libano dovrà sostenere, parlando di danni crescenti a infrastrutture e territorio fino a quando il partito sciita non verrà disarmato, con un avvertimento chiaro: “Questo è solo l’inizio”.

La dottrina Dahiyeh e l’incubo di una occupazione prolungata

L’operazione militare in corso non rappresenta un episodio isolato né una semplice azione di rappresaglia, bensì l’ennesima manifestazione di quella dottrina strategica che considera i territori vicini non come spazi di stabilità da preservare ma come ambienti da dominare militarmente, riproponendo di fatto quanto già visto nella Striscia di Gaza. Ciò che emerge con crescente chiarezza, e che filtra dai vertici militari israeliani, è un disegno che mira a spingersi ben oltre la creazione di una zona cuscinetto dal confine fino al Litani, prefigurando un’avanzata che alcuni osservatori non esitano a definire come la più grande invasione del Libano dal 2006. Si parla apertamente della volontà di prendere il controllo di territorio, smantellare le postazioni militari e i depositi di armi nei villaggi, spingendo le forze di Hezbollah verso nord e replicando l’approccio usato a Gaza, con la conseguente, prolungata occupazione di porzioni di suolo libanese. Un’eventualità, quest’ultima, che a Beirut suscita il timore di una presenza militare israeliana a tempo indeterminato lungo l’intera fascia di confine, con l’obiettivo di consolidare una linea che dalla costa mediterranea, nei pressi di Tiro, potrebbe estendersi fino alle zone montuose dell’Anti-Libano. Non è un segreto, del resto, che Hezbollah fosse e sia inviso a molti in Libano, e che in alcune frange, come l’ultradestra cristiana delle Forze Libanesi, abbiano accolto con favore questo intervento, nella speranza che il disastro indebolisca il partito sciita al punto da renderlo marginale nella politica nazionale.

La risposta di Hezbollah e la nuova strategia sul terreno

Hezbollah, dal canto suo, non sta a guardare e ha ridefinito il proprio modo di combattere dopo le gravissime perdite subite nei vertici, a partire dall’uccisione del leader Hassan Nasrallah. L’unità d’élite Radwan è tornata a operare nel sud del Libano, e i combattenti agiscono ora in formazioni più autonome dal comando centrale, lontano da quei sistemi di comunicazione che il servizio segreto israeliano ha dimostrato di saper intercettare con precisione letale. Con l’obiettivo dichiarato di resistere per settimane, se non per mesi, il partito di Dio utilizza con parsimonia i missili più potenti e i nuovi razzi anticarro ricevuti dall’Iran, consapevole che la propria sopravvivenza passa anche attraverso una resilienza che dimostri come l’asse iraniano non sia stato totalmente sconfitto. L’attacco coordinato con Teheran, che mercoledì sera ha visto il lancio di circa duecento razzi e droni verso il nord di Israele, ha rappresentato la risposta più imponente dall’inizio di questa nuova fase del conflitto, giustificata agli occhi del movimento sciita come vendetta per l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei e per le ripetute uccisioni mirate.

Le divisioni interne libanesi e l’immobilismo del governo

Se sul piano militare lo scontro è destinato a proseguire con violenza inaudita, sul versante politico il governo libanese si trova stretto in una morsa. Il premier Nawaf Salam ha dichiarato che si tratta di “una guerra che non volevamo”, ma la realtà è che Beirut fatica a imporre la propria autorità in un paese spaccato e con un esercito privo dei fondi e degli equipaggiamenti necessari per controllare il territorio. Il piano per il disarmo, che prevedeva una finestra di quattro mesi per la seconda fase a nord del Litani, si scontra con la ferma opposizione di Hezbollah, il cui leader Naim Qassem ha definito “peccato grave” l’insistenza del governo su questo punto, accusando l’esecutivo di servire gli obiettivi dell’aggressione israeliana. Le divisioni, peraltro, attraversano anche la comunità sciita: il movimento Amal, storicamente alleato di Hezbollah, avrebbe preso le distanze da questa escalation, un segnale che la decisione di aprire un fronte contro Israele in nome della solidarietà con l’Iran non è condivisa da tutti e rischia di esporre il partito a critiche crescenti in un paese stremato dalla crisi economica. Su questo sfondo di macerie e contrapposizioni, mentre le bombe continuano a cadere e centinaia di migliaia di civili sono in fuga, l’offerta di dialogo di Aoun resta sospesa, inascoltata, nel vuoto lasciato da un governo israeliano che ha già scelto la via delle armi.

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