Il nuovo fronte terrestre in Libano e la spinta per i negoziati a Parigi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dietro le quinte della macchina bellica israeliana, pronta a scattare, si consuma un’intensa offensiva diplomatica franco-americana per scongiurare quella che si preannuncia come la più massiccia invasione di terra del Libano dai tempi del conflitto del 2006. L’ipotesi, emersa nei corridoi della Difesa israeliana e riportata dal sito Axios, prevede un’operazione militare di ampio respiro, finalizzata a conquistare l’intera area a sud del fiume Litani per allontanare definitivamente le forze di Hezbollah dal confine settentrionale. Una mossa che ricalca, negli obiettivi, la vecchia operazione “Change of Direction” di vent’anni fa, ma che, nelle intenzioni, dovrebbe essere condotta con una determinazione ancora maggiore, mirando a smantellare l’infrastruttura militare del partito sciita e, cosa ben più gravida di conseguenze per Beirut, le stesse infrastrutture civili libanesi, come ha minacciato il ministro della Difesa Israel Katz. La strategia, come ammesso da un alto funzionario israeliano, è quella di applicare al Libano la cosiddetta "dottura Gaza", con la progressiva distruzione degli edifici utilizzati da Hezbollah per lo stoccaggio di armi o il lancio di razzi.

L’ultimatum di Katz e la replica di Hezbollah

Mentre le truppe di terra, con quattro divisioni già schierate e operative nel sud del Paese secondo quanto riportato da fonti militari, avanzano occupando nuove posizioni, il governo libanese assiste impotente alla propria dissoluzione sotto i colpi dell’esercito israeliano. I raid, che non si sono limitati alla periferia sud di Beirut ma hanno colpito anche un hotel a Hazmieh e un edificio a Baalbek, hanno causato centinaia di vittime e uno sfollamento di massa che, secondo le stime del presidente Joseph Aoun, supera le 600mila persone, molte delle quali vivono ora per strada prive di ogni bene. Una situazione di caos umanitario a cui si aggiunge la denuncia del ministero della Salute libanese, che ha registrato l’uccisione di 26 operatori sanitari dall’inizio di questa nuova fase del conflitto, colpiti intenzionalmente mentre erano in servizio nelle ambulanze, una pratica che replica quanto già visto nella Striscia di Gaza e che solleva gravi questioni sul rispetto del diritto internazionale umanitario.

Non si tratta solo di una guerra per procura con l’Iran, sebbene la coordinazione tra Teheran e Hezbollah rappresenti una novità tattica di non poco conto, con l’invio simultaneo di droni e missili per saturare le difese del “Iron Dome”. È anche, e forse soprattutto, una resa dei conti interna al Libano, dove le autorità, sollecitate da Parigi e Washington, sembrano intenzionate a cogliere la palla al balzo per imporre con la forza delle armi altrui ciò che non sono mai riuscite a fare con la politica: il disarmo di Hezbollah. Il presidente Aoun, in una videochiamata con i leader europei, ha apertamente accusato il partito filo-iraniano di volere il “collasso” del Paese nell’interesse della guida suprema iraniana, spingendo per l’avvio di negoziati diretti con Israele – un tabù infranto che rappresenta una piccola rivoluzione lessicale.

La diplomazia francese prova a mediare, mentre Trump dà il via libera

Su questo fronte si inserisce la mossa del presidente francese Emmanuel Macron, che ha proposto Parigi come sede per ospitare i negoziati. Dopo aver accusato Hezbollah di essere il responsabile dell’escalation, Macron ha rivelato di aver discusso con Aoun, con il primo ministro Nawaf Salam e con il presidente del parlamento Nabih Berri, ottenendo da loro la disponibilità a colloqui diretti con lo Stato ebraico. Una disponibilità, hanno però tenuto a precisare dal Quai d‘Orsay, che non si traduce in “alcun piano francese” per la pace, ma in un’offerta di facilitazione logistica; l’agenda, hanno sottolineato, dovrà essere definita esclusivamente dalle parti in causa. Il pressing su Netanyahu, che Macron ha esortato a “cogliere l’opportunità” per fermare le ostilità e cercare una soluzione duratura, si scontra però con la realtà di un gabinetto di guerra israeliano che, forte dell’appoggio della nuova amministrazione Trump, sembra intenzionato a non fermarsi.

La Casa Bianca, infatti, pur chiedendo formalmente a Israele di evitare di colpire l’aeroporto di Beirut e altre infrastrutture statali sensibili, ha garantito agli alleati un sostegno totale per l’operazione in corso, valutando caso per caso la legittimità degli altri bersagli. Una luce verde che gli israeliani interpretano come un lasciapassare per procedere speditamente, tanto che fonti vicine al governo hanno dichiarato ad Axios che “prima dell’attacco coordinato di mercoledì eravamo pronti a un cessate il fuoco in Libano, ma dopo non c’è più modo di tornare indietro da un’operazione massiccia”. L’obiettivo dichiarato è chiaro: prendersi il territorio, spingere Hezbollah a nord e smantellarne le postazioni militari, villaggio dopo villaggio, esattamente come già avvenuto a Gaza.

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