Gerusalemme, frammenti di missile sulla scuola della Custodia: "Sarebbe stata una tragedia"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Città Vecchia di Gerusalemme, cuore pulsante di fedi e storia millenaria, si è risvegliata sotto il segno di un nuovo, preoccupante allargamento del conflitto. Frammenti di un missile, molto probabilmente parte di uno dei vettori lanciati dall’Iran e solo parzialmente intercettati dalle difese israeliane, sono piovuti all'interno di un'area densa di significato religioso e culturale. Il direttore delle Scuole di Terra Santa, padre Ibrahim Faltas, ha confermato che uno di questi rottami incandescenti ha colpito l'edificio che ospita la scuola elementare della Custodia, situata nei pressi della porta di Giaffa. Un impatto che, come sottolineato dallo stesso religioso, non ha provocato vittime solo per una circostanza fortuita: l'istituto, come gran parte delle scuole israeliane, è chiuso dal 28 febbraio a causa della situazione bellica, e al momento dell'accaduto non c'erano né bambini né insegnanti. Le parole di padre Faltas, rilasciate all'ANSA, dipingono l'immagine di una città ferita, una "terra benedetta" – come lui stesso la definisce – costretta a fare i conti con la violenza che ormai stringe in una morsa l'intero Medio Oriente.

La guerra si avvicina ai luoghi santi tra chiusure e polemiche

L'attacco, che secondo fonti militari citate dalla stampa internazionale ha visto l'impiego di missili balistici iraniani in coordinamento con una raffica di circa duecento razzi lanciati da Hezbollah dal Libano, ha messo in luce le crescenti difficoltà del sistema di difesa aerea israeliano. Sebbene lo scudo missilistico abbia intercettato gran parte dei proiettili, alcuni sono riusciti a penetrare, seminando distruzione e, in questo caso, avvicinandosi pericolosamente ad alcuni dei luoghi più sacri al mondo. Oltre alla scuola, un altro sito è stato sfiorato dalla guerra: il Campo dei Pastori a Beit Sahour, tradizionale meta di pellegrinaggio. Padre Faltas ha raccontato della caduta di un rottame di missile nelle vicinanze della Cappella Palestinese, un ordigno di dimensioni tali da incutere timore al solo pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se avesse centrato la struttura in presenza di fedeli.

La risposta delle autorità israeliane non si è fatta attendere sul piano della sicurezza civile, ma è stata accompagnata da una comunicazione che ha sollevato piú di una perplessità. Il ministero degli Esteri, nel denunciare l'attacco iraniano, ha pubblicato sui propri canali un video a supporto della tesi secondo cui un missile sarebbe caduto a poche centinaia di metri dalla Spianata delle Moschee, luogo sacro all'Islam dove sorge la moschea di Al-Aqsa. Tuttavia, come rivelato da una verifica condotta dal Times of Israel e ripresa da diverse agenzie, le immagini diffuse non si riferiscono all'ultimo bombardamento, ma risalgono al 28 febbraio, il primo giorno di questa fase del conflitto. Le immagini, che mostrano uno sbuffo di fumo nei pressi della Sultan's Pool, a pochi passi dalla Città Vecchia, erano già state pubblicate in passato e si riferivano alla caduta di detriti di un missile intercettato.

La vita paralizzata nella Città Vecchia e la protesta del mondo arabo

La decisione del governo israeliano, motivata con l'imperativo di "proteggere le vite e la sicurezza dei fedeli", ha portato alla chiusura di tutti i principali luoghi di culto della Città Vecchia. Un provvedimento che, nelle parole del ministro della Difesa Israel Katz e del capo del Comando del Fronte Interno, il maggiore generale Shai Klapper, si inserisce in un quadro definito di "giorni difficili e di prova". Le scuole restano chiuse, gli assembramenti sono limitati e l'accesso alla Città Vecchia è consentito ai soli residenti. Di fatto, per la seconda settimana consecutiva, la preghiera collettiva è sospesa per le tre religioni monoteiste: i musulmani non possono accedere alla Spianata delle Moschee nell'ultimo venerdì del Ramadan, gli ebrei vedono negato l'accesso al Muro del Pianto in prossimità dello Shabbat, e i cristiani, inclusi i francescani della Custodia, non possono percorrere la Via Dolorosa per la Via Crucis in questo periodo quaresimale.

A questa paralisi spirituale e civile si aggiunge una forte tensione diplomatica. La chiusura prolungata della moschea di Al-Aqsa ha scatenato una dura reazione da parte di diversi Paesi arabi e islamici. In una dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri di otto nazioni – tra cui Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto – hanno condannato quella che definiscono una "flagrante violazione del diritto internazionale" e del principio di libero accesso ai luoghi di culto. Sottolineando come Israele non abbia sovranità su Gerusalemme Est, occupata, i ministri hanno ribadito che l'intera area di 144 dunum della moschea è un luogo di culto riservato esclusivamente ai musulmani e hanno chiesto la riapertura immediata dei cancelli.

Il nord in fiamme e una popolazione senza rifugi

Mentre l'attenzione è catalizzata da Gerusalemme, il fronte settentrionale di Israele è in fiamme. Padre Faltas, nel suo racconto, ha descritto una situazione "terribile" al confine con il Libano, dove la popolazione vive nel terrore e centinaia di migliaia di persone sono in fuga da città distrutte, costrette a ripararsi dal freddo senza cibo e cure. L'esercito israeliano ha esteso gli ordini di evacuazione nel sud del Libano, mentre la risposta militare si intensifica. In questo scenario di devastazione, emerge con forza la denuncia del religioso francescano circa la vulnerabilità di chi vive nella Città Vecchia di Gerusalemme: "Non ha la possibilità di avere un rifugio in cui ripararsi, non esistono rifugi, non c'è la possibilità di costruirne o di ricavare posti sicuri per proteggersi". Una mancanza che trasforma ogni allarme, ogni detrito che cade dal cielo, in un potenziale conto con la tragedia.

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