Il Libano chiede negoziati diretti con Israele mentre l’offensiva militare prosegue tra raid e vittime civili

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’undicesimo giorno dell’offensiva militare israeliana contro Hezbollah si apre con nuovi raid sulla capitale libanese e un dato, fornito dalle autorità locali e dalle Nazioni Unite, che fotografa la dimensione della catastrofe umanitaria in corso: quasi cinquecento vittime accertate e circa settecentomila persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. I mezzi corazzati e i carri armati dello Stato ebraico restano schierati lungo la Linea Blu, pronti a un eventuale intervento nelle aree meridionali del Paese dei Cedri, mentre il presidente della repubblica libanese, Joseph Aoun, ha rotto gli indugi lanciando una proposta che fino a pochi giorni fa sembrava inimmaginabile. Nel corso di una riunione in videocollegamento con il presidente del Consiglio europeo, António Costa, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, Aoun ha infatti auspicato l’avvio di negoziati diretti con Israele sotto egida internazionale, un’iniziativa che segna una potenziale svolta nelle dinamiche di uno sconfitto ormai logoro.

Il fallimento del meccanismo di controllo e la nuova iniziativa diplomatica

La richiesta di Beirut si inserisce nel quadro del sostanziale fallimento del cosiddetto Meccanismo, l’organo composto da Stati Uniti, Francia, Libano, Israele e Nazioni Unite istituito dopo la tregua del 27 novembre 2024. Quell’intesa, che avrebbe dovuto portare al disarmo di Hezbollah e al ritiro completo dell’esercito israeliano dal sud del Libano, non ha mai realmente attecchito, lasciando irrisolta la questione della demarcazione confinaria e della presenza di milizie armate. La proposta di Aoun, che prevedrebbe l’immediato dispiegamento dell’esercito libanese nelle aree calde e la confisca degli arsenali del Partito di Dio, si scontra però con la realtà di uno Stato che non ha mai avuto la capacità, né forse la volontà politica, di imporre il proprio monopolio della forza. Il riferimento del presidente libanese ai razzi lanciati dal Libano verso Israele lo scorso 2 marzo, descritti come una “trappola” ordita per trascinare il Paese in una guerra più vasta, rivela peraltro la crescente insofferenza delle istituzioni nei confronti di Hezbollah e delle sue iniziative militari autonome.

L’operazione fallita a Nabi Chit e il mistero del del pilota

Mentre la diplomazia prova a muovere i primi passi, sul terreno si consumano episodi destinati ad alimentare ulteriormente la spirale del rancore. Un reportage del quotidiano francese Libération ha ricostruito con dovizia di particolari l’operazione delle forze speciali israeliane avvenuta venerdì scorso a Nabi Chit, nella Valle della Bekaa, offrendo una narrazione che getta ombre inquietanti sulla condotta delle operazioni militari. L’obiettivo del blitz, secondo le ricostruzioni, era il recupero della salma del navigatore israeliano Ron Arad, disperso dal 1986 dopo la cattura da parte delle milizie sciite durante la guerra civile. Un commando ha fatto irruzione in un piccolo cimitero locale, ma il sepolcro aperto apparteneva a un altro uomo, Subhi Shukr, rivelando l’inconsistenza delle informazioni di intelligence alla base della missione. Il fallimento dell’operazione ha avuto un costo altissimo: quarantuno persone hanno perso la vita, tra cui civili, miliziani di Hezbollah e tre soldati dell’esercito libanese, uccisi dai bombardamenti di copertura richiesti dai militari israeliani una volta scoperti e attaccati dalla popolazione locale e dai combattenti del Partito di Dio.

La condanna implicita della moglie del pilota e le conseguenze politiche

L’esito tragico del raid ha suscitato reazioni persino all’interno della società israeliana, laddove Tami Arad, moglie del navigatore scomparso, ha espresso il proprio dissenso verso operazioni militari che mettono a rischio vite umane pur di recuperare quelli che ormai sono solo resti. La sua preferenza, ha dichiarato, è per la prosecuzione dell’incertezza piuttosto che per la certezza di dover piangere altri soldati caduti in una missione disperata. Le autorità israeliane, dal canto loro, hanno confermato l’insuccesso dell’incursione, ma il portavoce militare ha evitato di commentare le accuse, sollevate da fonti locali libanesi, secondo cui l’aviazione avrebbe bombardato non solo le postazioni nemiche ma anche infrastrutture civili e mezzi di soccorso. Il governo di Beirut, attraverso il ministero della Sanità, ha aggiornato costantemente il numero delle vittime, mentre l’esercito regolare libanese, del tutto estraneo alla dinamica degli scontri, si è trovato a piangere i propri soldati uccisi da un fuoco amico che amico non era, in un conflitto che sempre più sembra non avere regole né confini.

Le parole del ministro Katz e lo stallo militare

Sul versante israeliano, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito la linea dura, accusando il governo libanese di non aver mantenuto gli impegni assunti con l’accordo di novembre, in particolare per quanto riguarda il disarmo delle milizie sciite. Durante una visita al Comando Nord, Katz ha esaminato i piani offensivi contro Hezbollah, lasciando intendere che l’operazione in corso potrebbe non arrestarsi nemmeno di fronte all’apertura diplomatica di Aoun. La posizione di Tel Aviv, infatti, appare cristallizzata sulla richiesta di garanzie concrete circa l’allontanamento dei combattenti di Hezbollah dal confine e lo smantellamento delle loro infrastrutture, condizioni che Beirut, da sola, difficilmente potrà soddisfare senza un confronto diretto con la controparte e, soprattutto, senza un coinvolgimento più incisivo della comunità internazionale. La popolazione civile, intanto, continua a pagare il prezzo più alto di questa ennesima escalation, con intere famiglie libanesi in fuga verso il nord e i residenti israeliani delle aree settentrionali costretti a convivere con l’allarme costante dei razzi in arrivo.

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