Beirut lancia la proposta di negoziati diretti con Israele, ma nella notte tornano a piovere bombe sulla periferia sud della capitale
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Redazione Esteri
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La dinamica, in Medio Oriente, è ormai tristemente consueta: mentre la diplomazia prova a tessere improbabili trame di dialogo, il rombo dei caccia e il boato delle esplosioni tornano a far da padrone. È accaduto anche stavolta, poche ore dopo che il presidente della repubblica libanese, Joseph Aoun, aveva lanciato dalla finestra di un incontro virtuale con i vertici dell'Unione europea — il presidente del consiglio António Costa e la presidente della commissione Ursula von der Leyen — un'iniziativa tanto chiara quanto destinata a restare, forse, inascoltata. Aoun ha proposto l'avvio di negoziati diretti con Israele, un'ipotesi che fino a ieri sembrava per molti versi una linea rossa invalicabile, e che invece ora il Capo dello Stato libanese mette nero su bianco, evidentemente consapevole che la situazione militare e umanitaria nel paese dei cedri è ormai al collasso. Non si tratta, badiamo bene, di una resa incondizionata, ma di un tentativo estremo di salvare il salvabile: il piano, stando a quanto filtra dalla presidenza, prevedrebbe un cessate il fuoco completo, il dispiegamento dell'esercito libanese nelle aree calde e, contestualmente, l'avvio di discussioni sotto egida internazionale per risolvere in via definitiva le controversie sul confine. Il riferimento, implicito ma neppure troppo, è al fallimento del cosiddetto Meccanismo, quell'organo quadripartito con Stati Uniti, Francia, Nazioni Unite e i due paesi belligeranti nato all'indomani della tregua del 27 novembre 2024, che avrebbe dovuto supervisionare il ritiro israeliano e il disarmo di Hezbollah, ma che di fatto si è arenato nelle secche delle reciproche accuse.
Ed è proprio sul nodo Hezbollah che la partita si gioca sui dettagli. Aoun, nel suo intervento, ha usato parole pesanti come macigni, parlando di una trappola — quasi esposta — in cui qualcuno vorrebbe far cadere il Libano, alludendo chiaramente ai razzi sparati da fazioni filo-iraniane nei giorni scorsi, quei razzi che hanno rotto la tregua de facto e riacceso la miccia. Il riferimento, per chi avesse seguito le cronache degli ultimi giorni, è al 2 marzo, quando Hezbollah aveva annunciato il lancio di razzi verso Israele per la prima volta dalla tregua, giustificando l'azione come risposta alla morte del leader iraniano Ali Khamenei e alle continue violazioni israeliane. Il governo libanese, dal canto suo, ha cercato di prendere le distanze, intimando al partito sciita di limitarsi all'attività politica e di consegnare le armi, ma sul terreno la musica è ben diversa.
La notte di fuoco su Beirut e l'offensiva israeliana senza preavviso
E mentre la politica annaspa, la macchina da guerra israeliana non si è fermata un attimo. Nella notte tra martedì e mercoledì, l'aviazione israeliana ha sferrato una nuova ondata di raid sulla periferia sud di Beirut, roccaforte storica di Hezbollah, ma non solo. Colpi secchi hanno squarciato il silenzio, seguiti da un'onda di fuoco e dal pianto straziante della popolazione civile, intrappolata in una spirale di violenza che sembra non avere fine. Fonti della sicurezza libanese citate dalle agenzie internazionali parlano di un attacco mirato nel cuore del quartiere di Aisha Bakkar, zona densamente popolata e che per giunta ospita numerosi sfollati fuggiti in precedenza dal sud del paese. Un condominio è stato centrato in pieno, con auto distrutte ai suoi piedi e il fumo che ancora saliva tra le macerie alla luce dell'alba. I media statali libanesi hanno parlato di raid senza preavviso, a differenza di quanto accaduto in precedenza quando l'esercito israeliano, tramite il portavoce in lingua araba, aveva intimato alla popolazione di evacuare vaste aree a sud del fiume Litani e alcuni quartieri della periferia sud. L'esercito israeliano, in una nota, ha confermato di aver nuovamente preso di mira infrastrutture del partito filo-iraniano, nel quadro di quella che ha definito una campagna offensiva più ampia, condotta in parallelo con i massicci bombardamenti contro l'Iran. Al momento non si hanno notizie certe sul numero delle vittime, né sugli obiettivi specifici del raid, ma le immagini che giungono da Beirut mostrano uno scenario apocalittico: palazzi sventrati, strade disseminate di detriti e una popolazione stremata che cerca di mettersi in salvo, nonostante i circa 760.000 sfollati censiti rappresentino già una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi anni per il paese.
Le crepe nell'alleanza tra stato libanese e hezbollah e il ruolo del meccanismo
Questa ennesima escalation, però, fotografa anche un dato politico di assoluto rilievo, e cioè la frattura ormai insanabile tra l'establishment statale libanese e il partito di Dio. Aoun, nel suo discorso, non ha solo proposto i negoziati, ma ha di fatto accusato Hezbollah di agire contro gli interessi nazionali, di essere una "fazione armata" che non tiene conto né della vita dei libanesi né della tenuta delle istituzioni. Un'accusa pesantissima, che arriva dopo che il governo ha ordinato l'espulsione dei membri delle Forze Qods iraniane dal paese e ha imposto l'obbligo del visto per i cittadini iraniani, misure che solo pochi mesi fa sarebbero state impensabili. Il Meccanismo, quell'organo di controllo creato a novembre, è sostanzialmente fallito: gli israeliani accusano i libanesi di non aver disarmato Hezbollah, i libanesi ribattono che lo stato ebraico non si è mai ritirato completamente, e nel frattempo i vertici militari israeliani, come il ministro della Difesa Israel Katz, hanno ripetutamente dichiarato che il governo libanese ha mancato ai propri impegni, lasciando intendere che l'unico linguaggio possibile resta quello delle armi. La missione UNIFIL, i caschi blu dell'Onu dispiegati nel sud, continua a denunciare violazioni da ambo le parti, mentre ieri, nel quartiere di Aisha Bakkar, l'obiettivo forse era un alto esponente di Hezbollah, anche se al momento non ci sono conferme ufficiali. Quel che è certo è che il Libano sta vivendo ore di sangue e di fuoco, stretto tra la morsa di un conflitto che non ha voluto e l'incapacità, o la mancanza di volontà, di imporre la propria sovranità su gruppi armati che continuano a dettare l'agenda.




