Beirut rilancia la via dei negoziati diretti mentre Israele stringe la morsa e l’Europa chiede moderazione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La situazione libanese si complica ora per ora, con il presidente Joseph Aoun che prova a forzare la mano alla diplomazia internazionale. Durante un incontro in videoconferenza con i vertici dell’Unione europea, il capo dello Stato libanese ha rilanciato una proposta che fino a ieri sembrava impraticabile: l’avvio di negoziati diretti con Israele sotto l’egida della comunità internazionale. Un'iniziativa che arriva in un momento di estrema tensione, con l'esercito israeliano che ha completato ulteriori ondate di attacchi mirati concentrati a sud del fiume Litani, dove secondo fonti militari sarebbero stati smantellati decine di lanciarazzi e missili nelle mani di Hezbollah. Le immagini diffuse da Tel Aviv mostrano raid precisi, un'aviazione che colpisce senza soluzione di continuità e un territorio libanese fatto a pezzi.

Dietro la mossa di Aoun, che chiede un cessate il fuoco completo e l’interruzione di tutte le incursioni israeliane via terra, mare e aria, c’è la consapevolezza che il Meccanismo di monitoraggio voluto dopo la tregua del novembre 2024 – quell'organo che includeva Stati Uniti, Francia, Libano, Israele e Nazioni Unite – di fatto non ha mai funzionato. Il suo fallimento era sotto gli occhi di tutti già prima dell'ultima escalation, e ora il presidente libanese tenta di scardinare l’impasse chiedendo un confronto diretto. Una mossa che espone Beirut a critiche interne feroci, ma che forse rappresenta l'unica via per arginare la deriva militare.

Sul terreno, però, la diplomazia sembra lontana anni luce. Oltre agli attacchi sistematici dell'aviazione – che hanno già provocato centinaia di vittime civili e oltre seicentomila sfollati, come denunciato dallo stesso Aoun a Ursula von der Leyen e António Costa – c'è un capitolo oscuro che getta ombre ulteriori sul conflitto. Le forze speciali israeliane hanno condotto un'operazione clandestina nel villaggio di Nabi Chit, roccaforte di Hezbollah nella Valle della Bekaa, con l'obiettivo dichiarato di recuperare i resti del pilota Ron Arad, disperso dal lontano 1986. Un blitz costato la vita a decine di libanesi – secondo le autorità locali si contano almeno quarantuno morti – e che si è concluso con un nulla di fatto: nessuna traccia del del militare è stata trovata, e le speranze di fare chiarezza sulla sua sorte quarant'anni dopo sono rimaste sepolte sotto le macerie.

La missione, che ha visto l'impiego di elicotteri e incursori, è finita nel sangue e ha sollevato un polverone. I testimoni raccontano di militari israeliani travestiti con uniformi simili a quelle dell'esercito libanese e mezzi che imitavano quelli dell'Autorità sanitaria islamica. Una volta scoperti, gli uomini delle forze speciali sono stati affrontati da miliziani e residenti armati, e il conflitto a fuoco degenerato ha causato una strage. L'esercito israeliano ha confermato l'operazione e il suo esito negativo, dichiarando che non ci sono state perdite tra i suoi soldati, ma il prezzo pagato dalla popolazione locale è stato altissimo.

Nel frattempo, l'Unione europea prova a ritagliarsi un ruolo di freno. Kaja Kallas, Alta rappresentante per la politica estera, ha usato parole misurate ma nette: pur ribadendo il diritto di Israele a difendersi, ha definito la sua risposta eccessiva, pesante, e ha invitato Tel Aviv a cessare immediatamente le operazioni. La preoccupazione principale a Bruxelles è che il Libano venga trascinato in un conflitto più ampio, che non gli appartiene, con conseguenze umanitarie catastrofiche. Kallas ha anche sottolineato come Hezbollah, con la sua decisione di attaccare in supporto all'Iran, abbia messo in pericolo l'intera regione, trasformandosi in un bersaglio legittimo, ma ha contestualmente accusato Israele di usare una rappresaglia sproporzionata. La Francia, tramite Emmanuel Macron, ha rincarato la dose chiedendo un cessate il fuoco immediato, mentre sul campo continuano ad arrivare cadaveri e profughi si accumulano lungo le strade.

Una caccia durata quarant'anni e finita nel sangue

La vicenda di Ron Arad, navigatore israeliano catturato dopo il lancio con il paracadute dal suo aereo abbattuto nel 1986, ha sempre rappresentato una ferita aperta per lo Stato ebraico. Disperso per decenni, dichiarato morto senza che i resti venissero mai restituiti, la sua storia è diventata un simbolo. Ma l'operazione per riportarlo a casa, condotta con i modi di un blitz paramilitare, ha riacceso le polemiche. La stessa moglie del pilota, Tami Arad, ha criticato l'iniziativa, sostenendo di preferire l'incertezza alla perdita di altri soldati o alla morte di civili per recuperare delle ossa ormai polverizzate dal tempo. E il dubbio che l'informazione che ha portato le forze speciali a dissotterrare la tomba sbagliata – quella di un certo Subhi Shukr – possa essere legata al rapimento di un presunto informatore libanese da parte del Mossad, aggiunge ulteriore ambiguità a una vicenda già di per sé opaca.

L'aviazione israeliana non si ferma, nuovi raid nel sud e nell'est

Mentre la diplomazia arranca e le polemiche infuriano, l'esercito israeliano continua a colpire. Nelle ultime ore l'aviazione ha completato ulteriori ondate di attacchi in Libano, concentrandosi soprattutto a sud del Litani. Obiettivo dichiarato, lo smantellamento delle postazioni di Hezbollah. I filmati diffusi da Tel Aviv mostrano bombardamenti precisi, con razzi e missili distrutti al suolo. Dalla parte libanese, intanto, continuano ad arrivare rapporti di vittime: solo domenica, in una serie di raid nel sud e nell'est del paese, sono morte almeno ventisei persone, tra cui intere famiglie e molti civili, in gran parte siriani, colpiti mentre lavoravano.

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