Chiara Ferragni rilancia Fenice con una ricapitalizzazione da 6,4 milioni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Chiara Ferragni ha deciso di prendere in mano le redini di Fenice, la società che controlla i marchi legati al suo nome, con un’operazione di ricapitalizzazione da 6,4 milioni di euro. L’assemblea dei soci, tenutasi il 10 marzo 2025, ha sancito questa mossa, necessaria per risollevare un’azienda che, negli ultimi mesi, ha dovuto affrontare una crisi reputazionale senza precedenti e bilanci fortemente in rosso. La decisione, però, non è stata presa in un clima sereno: i toni dell’incontro sono stati accesi, con tensioni evidenti tra i soci, pronti a scontrarsi anche in tribunale.
A votare a favore dell’aumento di capitale sono state Sisterhood, la società di Chiara Ferragni che detiene il 32% di Fenice, e Alchimia, di Paolo Barletta, azionista di maggioranza con il 40%. La ricapitalizzazione, proposta dall’amministratore unico Claudio Calabi, è stata approvata nonostante le riserve espresse dal socio di minoranza Pasquale Morgese, che attraverso il suo avvocato ha criticato aspramente il bilancio e la gestione dell’operazione. Morgese, che possiede il 27,5% delle quote, ha definito carenti i documenti presentati, lasciando intendere che la battaglia legale potrebbe essere solo all’inizio.
La situazione finanziaria di Fenice, già compromessa dal cosiddetto “Pandorogate”, rimane critica. L’influencer, però, sembra determinata a salvare l’azienda a tutti i costi, arrivando a dichiarare la disponibilità a coprire personalmente l’intera somma necessaria per la ricapitalizzazione. Una mossa che, se da un lato dimostra la volontà di rilanciare il brand, dall’altro evidenzia le difficoltà interne di un’impresa che fatica a trovare un equilibrio tra i soci.
L’assemblea, che avrebbe potuto rappresentare un momento di svolta, ha invece accentuato le divisioni. Le critiche di Morgese non si sono limitate ai numeri del bilancio, ma hanno toccato anche la gestione complessiva della società, lasciando intravedere un conflitto che potrebbe protrarsi a lungo. La prossima tappa, come spesso accade in casi simili, potrebbe essere il tribunale, dove i soci minoritari potrebbero cercare di far valere le proprie ragioni.




