Chiara Ferragni e il piano di salvataggio da 6,4 milioni per Fenice
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Redazione Economia
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L’aumento di capitale da 6,4 milioni di euro, approvato dall’assemblea dei soci di Fenice, la società legata a Chiara Ferragni, rappresenta un punto di svolta per l’imprenditrice e influencer, che negli ultimi mesi ha dovuto affrontare una delle crisi più significative della sua carriera. La delibera, passata grazie ai voti favorevoli di Sisterhood – la holding controllata dalla stessa Ferragni, che detiene il 32,5% della società – e di Alchimia, società riconducibile a Paolo Barletta con una quota del 40%, segna l’inizio di un piano di rilancio guidato dall’amministratore unico Claudio Calabi, in carica da novembre.
Oltre all’aumento di capitale, l’assemblea ha approvato anche il bilancio e lo stato patrimoniale, passaggi fondamentali per ridare stabilità a un’azienda che, nonostante il successo globale del brand Ferragni, ha vissuto mesi di forte incertezza. La crisi, esplosa nel dicembre 2023 con il cosiddetto “pandoro-gate”, ha messo in luce fragilità finanziarie e di immagine, legate alla vicenda giudiziaria scaturita dalla sponsorizzazione del pandoro Pink Christmas di Balocco. Lo scandalo, portato alla luce dalla giornalista Selvaggia Lucarelli, ha sollevato interrogativi sulla trasparenza delle operazioni commerciali dell’influencer, minando temporaneamente la fiducia del pubblico.
Nonostante ciò, i guadagni di Chiara Ferragni sembrano essere rimasti sostanzialmente intatti. La sua popolarità, costruita negli anni attraverso il blog The Blonde Salad – uno dei primi e più seguiti nel mondo del fashion – e amplificata da collaborazioni di alto profilo, continua a garantirle contratti milionari. Il suo brand, pur scosso dalle recenti difficoltà, mantiene un appeal che trascende le singole vicende legali, dimostrando una resilienza che pochi avrebbero scommesso di vedere in un contesto così delicato.
La manovra finanziaria approvata per Fenice, tuttavia, non cancella i segni lasciati dalla tempesta. L’aumento di capitale, se da un lato evita il fallimento, dall’altro sottolinea la gravità della situazione economica in cui versa la società. Il “pandoro-gate” non è stato solo un problema di immagine, ma ha avuto ripercussioni concrete sui conti aziendali, costringendo a una ristrutturazione che, seppur necessaria, non garantisce automaticamente un ritorno ai fasti del passato.




