La protesta silenziosa dei tecnici: «Non siamo manodopera»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Centotrenta persone, tra cui un’insegnante che per la prima volta in ventisette anni ha deciso di non entrare in classe, hanno riempito martedì mattina piazza Matteotti a Novara. Lara Caffi, referente di sede all’istituto Omar di Oleggio, ha spezzato un personale record di astensione sindacale – «Direi che rendo l’idea» – per unirsi a un fronte che, pur nelle sue dimensioni numericamente contenute, ha il sapore di uno spartiacque. Al suo fianco, studenti e sindacalisti Cgil hanno ascoltato parole che altrove, come a Urbino nel piazzale Walter Fontana, sono state scandite con la stessa nettezza: la riforma degli istituti tecnici targata Valditara rischia di trasformare le aule in officine per “bassa manovalanza”, sacrificando la cultura generale sull’altare di un’occupazione immediata e per giunta nebulosa nei contenuti.

La riforma vista dai banchi: «Materie fantasma e orari dimezzati»

Francesca Piccardoni, insegnante all’Itis Mattei di Urbino, ha riassunto il nodo centrale del contendere: «Questa riforma confusa e nebulosa toglie ore di materie generali e scientifiche per introdurre nuove discipline professionalizzanti di cui non si conoscono nemmeno i programmi». Una critica che non nasce da un generico rigetto del nuovo, ma da un’evidenza concreta: i docenti, nel preparare i propri studenti a esami che dovrebbero attestare competenze solide, si trovano davanti a indicazioni ministeriali percepite come frammentarie. L’IIS Raffaello e l’Omar, pur distanti geograficamente, hanno insomma sollevato la stessa obiezione di merito: la scuola pubblica, aperta a tutti e fondata sull’articolo 34 della Costituzione, non può ridursi a un vivaio di “manodopera” per le aziende locali senza prima garantire una formazione di base ampia.

«Siamo noi i politicizzati?»: la replica al ministro

Le parole del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, non hanno fatto attendere la risposta. Giudicando il linguaggio delle piazze come «vetero comunismo fuori dalla storia», il leghista ha ribadito una linea già nota: chi protesta – secondo questa lettura – cadrebbe in un’ideologia sessantottina, mentre il sindacato (Flc Cgil) si renderebbe colpevole di «indottrinamento». I manifestanti, però, hanno rovesciato l’accusa: «Fa sorridere che la destra parli di politicizzazione della scuola proprio dopo mesi passati a fare liste di presunti professori “di sinistra”»; informare studenti e famiglie sui contenuti di una riforma, per chi scende in piazza, resta un dovere istituzionale, non propaganda. Il sospetto, espresso a Novara come a Urbino, è che delegittimare il dissenso etichettandolo come “roba da Cgil” serva a evitare un confronto scomodo sul merito degli interventi.

Un’adesione altissima, anche tra i banchi vuoti

Se la delegazione presente fisicamente nelle piazze contava poco più di un centinaio di persone a Novara, e una nutrita rappresentanza nell’altra città marchigiana, gli organizzatori parlano di una partecipazione “diffusa” ben più ampia. La maggior parte degli studenti, infatti, ha scelto di rimanere a casa – un modo tacito ma eloquente per aderire allo sciopero nazionale degli istituti tecnici – mentre i docenti che hanno presidiato i luoghi simbolo hanno portato la voce di chi, dentro le aule, teme una deriva classista. L’accusa, ribadita con toni asciutti, è che la riforma disegni due canali separati: uno per i licei (formazione “nobile”) e uno per i tecnici (addestramento al lavoro). Senza una chiarezza sui programmi delle nuove materie professionalizzanti, denunciano i manifestanti, si rischia di trasformare il diploma in una semplice certificazione di competenze operativa, priva di quella cassetta degli attrezzi critica che permette di cambiare mestiere, e persino di cambiare idea, lungo l’arco della vita.

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