Crans-Montana, le parole di Galiano alla scuola: "Fermate tutto, parlate della strage"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La tragedia che ha spento la notte di Capodanno a Crans-Montana, con un incendio divampato in una discoteca e un bilancio di oltre quaranta vittime quasi tutte giovanissime, ha scavato un solco profondo che va ben oltre i confini della località svizzera. I gesti di cordoglio, come i minuti di silenzio osservati negli stadi, testimoniano uno sgombero collettivo di fronte a una perdita tanto improvvisa quanto assurda, che ha lasciato dietro di sé, oltre ai morti, più di centoventi feriti e un dolore la cui eco risuona in ogni luogo dove ci sono giovani e famiglie. In questo scenario, mentre le indagini proseguono per accertare le dinamiche e le responsabilità dell’accaduto, emerge con forza la necessità di elaborare un lutto che non appartiene solo ai diretti interessati, ma a un’intera generazione e a chi ha il compito di guidarla.
La provocazione necessaria di un insegnante
Proprio da un docente, Enrico Galiano, arriva un appello che scuote le consuetudini, pubblicato sulle pagine de Il Libraio e rivolto ai colleghi di ogni scuola. La sua esortazione, che suona come una provocazione solo in superficie, invita a una sospensione radicale: “Per la ripresa della scuola, non fate scuola. Parlate di Crans-Montana”. Galiano, che è anche scrittore, chiede esplicitamente di mettere momentaneamente da parte “la lezione su Cartagine, il programma che corre, l’ansia di ‘restare indietro’”, per aprire invece uno spazio di confronto autentico su quanto accaduto. Il suo non è un semplice invito al ricordo, ma una chiamata a fare della scuola quel luogo in cui la realtà, con la sua carica a volte traumatica, possa entrare e diventare materia viva di discussione, senza che questo significhi cadere nella retorica o nella colpevolizzazione dei ragazzi, i quali, in fondo, avrebbero potuto essere lì, a festeggiare l’anno nuovo.
La scuola come spazio per interrogare la realtà
La riflessione di Galiano tocca un nervo scoperto del dibattito educativo, che spesso oscilla tra la pressione dei programmi ministeriali e il bisogno, altrettanto urgente, di educare alla vita. L’incendio di Crans-Montana, con il suo carico di gioventù spezzata, rappresenta secondo il professore un’occasione, seppur tragica, per “fare scuola nel senso più alto”. Si tratta, nelle sue parole, di affrontare “un tema delicato, ma necessario: il bisogno di riprendere tutto”, ossia di tornare alla normalità dopo uno shock, faticando a trovare un senso. L’approccio suggerito è quello di un dialogo non giudicante, che permetta agli studenti di esprimere le proprie paure e le proprie domande di fronte alla mortalità e alla casualità della sventura, in un’età in cui tutto sembra dovesse essere ancora possibile. Un simile percorso, se gestito con sensibilità, potrebbe rafforzare il ruolo dell’istituzione scolastica come comunità educante capace di ascolto, piuttosto che come mero tramite di nozioni.
Oltre il cordoglio, la ricerca di un senso
Mentre le cronache giudiziarie seguiranno il loro corso, scandagliando le cause dell’incendio e le eventuali responsabilità, la proposta pedagogica di Galiano offre una prospettiva di azione immediata. Non si tratta di sostituire le ore di lezione con un’assemblea permanente, ma di riconoscere che certi eventi, per la loro portata, impongono una deviazione necessaria. Il rischio, altrimenti, è che il silenzio delle aule su tali argomenti diventi più assordante di qualsiasi minuto di raccoglimento formale. Quella che viene avanzata è, in definitiva, una visione della scuola come presidio di umanità, dove la tragedia collettiva non viene esorcizzata con fretta, ma accolta come parte di un discorso più ampio sulla fragilità e sul valore dell’esistenza, permettendo a docenti e discenti di trovare, insieme, le parole per nominare l’indicibile.




