Crans Montana, l’aggressione ai giornalisti italiani mentre indagano sulla strage
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Mentre le indagini proseguono, senza che si siano ancora avute risposte definitive sulle cause del rogo, l’attenzione si sposta su un episodio che ha visto come vittime coloro i quali, per professione, tentano di far luce sulla tragedia stessa. La notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio, un incendio – di cui si è parlato in termini tecnici di “flashover” – ha infatti trasformato il bar “Le Constellation” di Crans Montana in una trappola mortale, causando la morte di quaranta persone, tra le quali sei connazionali, e gettando nel lutto oltre centocinquanta famiglie in attesa di verità. Proprio per documentare gli sviluppi delle indagini e le condizioni dei feriti, numerosi inviati italiani si erano recati nella località svizzera, un presidio di informazione che si è bruscamente interrotto davanti a gesti di intimidazione.
L’aggressione davanti al locale teatro della strage
È di fronte alle macerie del “Le Constellation”, simbolo di una ferita ancora aperta, che si è consumato l’atto di violenza ai danni delle troupe televisive. Il cinque gennaio, mentre i giornalisti della Rai – Domenico Marocchi per “UnoMattinaNews” e Alessandro Politi per “Storie Italiane” con i rispettivi operatori – registravano i loro servizi, sono stati accerchiati e aggrediti verbalmente e fisicamente da un gruppo di persone. Queste, secondo le ricostruzioni fornite dagli stessi professionisti colpiti, sarebbero vicine ai coniugi Jacques e Jessica Moretti, titolari dell’esercizio e attualmente indagati, sebbene a piede libero, per ipotesi di reato che vanno dall’omicidio colposo all’incendio doloso colposo. Agli insulti, alcuni dei quali a sfondo antitaliano, si sono sommati spintoni, il tentativo di bloccare i mezzi e il lancio di acqua gelida contro una giornalista, episodi che hanno creato un clima di paura e tensione.
Le reazioni istituzionali e il confine con l’intrusione
L’episodio, denunciato pubblicamente con toni accorati da Politi – il quale ha sottolineato come, nonostante la sua lunga esperienza in reportage su ambienti criminali, non avesse mai subito un’aggressione di tale violenza – ha immediatamente sollecitato una risposta diplomatica. Il ministro degli Esteri italiano, attraverso i canali istituzionali, ha infatti richiesto l’intervento dell’ambasciata in Svizzera, la quale a sua volta ha sollecitato le autorità locali affinché garantissero una maggiore tutela e sicurezza per i giornalisti al lavoro. Questo caso di aggressione, peraltro, si distingue nettamente da un altro episodio verificatosi nello stesso contesto, che ha visto invece due giornalisti di nazionalità non specificata travestirsi con camici bianchi per accedere indebitamente a un reparto ospedaliero e intervistare i feriti, comportamento che ne ha determinato l’allontanamento da parte della sicurezza interna.
Il valore dell’informazione in un contesto di dolore
La vicenda, nel suo complesso, delinea un quadro delicatissimo in cui il diritto-dovere di cronaca si scontra con un dolore collettivo ancora bruciante e, in questo frangente, con forme di ostilità che rischiano di offuscare la ricerca dei fatti. L’aggressione subita dagli inviati Rai non rappresenta, in tale prospettiva, un semplice atto di intemperanza, ma un tentativo – per quanto deprecabile – di ostacolare quel processo di ricostruzione che è vitale per le famiglie delle vittime e per l’opinione pubblica. Le autorità elvetiche sono ora chiamate non solo a far piena luce sulla strage di Capodanno, ma anche a vigilare affinché chi racconta quella stessa indagine possa operare senza minacce o intimidazioni, in un clima di rispetto che è presupposto essenziale per ogni democrazia.




