La lezione di Boga e l’algoritmo di Comolli: così la Juve ha scelto l’ivoriano e lasciato perdere altri profili
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Redazione Sport
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C’è un filo logico, sottile ma resistente, che lega la rinascita di Jeremie Boga alla filosofia di mercato che Damien Comolli sta cucendo addosso alla Juventus. Un approccio, quello del dirigente francese, che non lascia spazio all’improvvisazione e che affida ai dati — i famosi algoritmi di cui tanto si parla — il compito di separare il grano dal loglio. Quando lo scorso primo febbraio la società ha ufficializzato l’arrivo dell’esterno ivoriano dal Nizza con la formula del prestito gratuito e un diritto di riscatto fissato alla modica cifra di 4,8 milioni di euro, in molti hanno storto il naso. Un trentenne, per giunta reduce da una prima parte di stagione complicata in Ligue 1 e da quell’incresciosa vicenda extrasportiva che lo aveva di fatto estromesso dal gruppo, non sembrava il profilo ideale per rilanciare le ambizioni bianconere. Eppure, a distanza di poche settimane, il campo sta consegnando una verità differente, e lo fa con il pallone tra i piedi, là dove le chiacchiere perdono consistenza.
Il classe 1997, infatti, ha infilato tre reti in altrettante gare di campionato — contro Roma, Pisa e da ultimo l’Udinese — diventando un fattore determinante nelle rotazioni di Luciano Spalletti. Una striscia che non solo ha portato punti pesanti, ma che ha acceso i riflettori su un meccanismo di valutazione che va ben oltre l’intuito del singolo osservatore. Perché l’algoritmo, in questo caso, aveva già visto ciò che molti allenatori e dirigenti faticavano a cogliere. Il modello statistico implementato da Comolli, già sperimentato con successo nella sua esperienza al Tolosa e prima ancora tra Liverpool e Tottenham, non si limita a fotografare il presente, ma proietta le prestazioni nel futuro, cercando di stimare il potenziale “ritorno sull’investimento”. Ecco allora che l’investimento minimo per Boga si trasforma in un affare potenzialmente clamoroso, proprio mentre altre operazioni ben più onerose arrancano alla ricerca di una identità.
Il metodo che premia la sostanza e ignora i nomi altisonanti
Il punto nodale, però, non è soltanto l’economicità dell’operazione, ma il criterio con cui vengono selezionati i bersagli. Comolli ha sempre sostenuto, fin dal suo arrivo a Torino, che i dati servono a identificare quei calciatori che il mercato, per un motivo o per l’altro, tende a sottovalutare. Giocatori che, come Boga, possiedono caratteristiche tecniche ben precise — il dribbling ubriacante, la capacità di saltare l’uomo, l’imprevedibilità nello stretto — e che magari attraversano una fase di stanca, ma che letti attraverso le metriche avanzate rivelano un margine di crescita o di rilancio ancora intatto. L’esterno ivoriano, d’altronde, era già stato protagonista in Serie A con le maglie di Sassuolo e Atalanta, e conosce perfettamente le dinamiche del campionato italiano: un dettaglio che le statistiche non possono ignorare, ma che spesso sfugge alle valutazioni puramente emotive.
Dall’altra parte del tavolo, però, ci sono anche i no dettati dai numeri. E qui il discorso si fa ancora più interessante, perché gli stessi algoritmi che hanno acceso il semaforo verde per Boga avrebbero spento quello per altri profili ben più blasonati. Nel corso delle ultime sessioni di mercato, la Juventus è stata accostata con insistenza a centrocampisti del calibro di Franck Kessié e Marcelo Brozovic, nomi pesanti, con pedigree internazionali e curriculum vincenti. Eppure, nessuno di questi affari è mai realmente decollato, e il motivo, a sentire chi mastica analytics, risiederebbe proprio nei parametri imposti dalla dirigenza. Kessié, per esempio, pur essendo un gregario di qualità, presenta caratteristiche fisiche e atletiche che, con l’avanzare dell’età, potrebbero non garantire la tenuta richiesta dal centrocampo di Spalletti; mentre Brozovic, nonostante la classe cristallina, avrebbe evidenziato, nelle proiezioni statistiche, un rapporto rischio/costo troppo sbilanciato rispetto ai benefici attesi.
Un meccanismo che non guarda in faccia nessuno, nemmeno i grandi nomi
La vera rivoluzione, semmai, sta proprio in questo: nell’aver reso il processo decisionale impermeabile alle suggestioni e ai nomi altisonanti. Mentre in passato la tentazione di inseguire il calciatore famoso a parametro zero era forte, oggi ogni operazione deve superare il vaglio di un modello che valuta l’impatto tecnico-economico, la sostenibilità dell’ingaggio e, aspetto tutt’altro che secondario, la cosiddetta “allenabilità” del soggetto. È un passaggio cruciale, questo, perché fotografa il cambio di passo voluto da Comolli: un calciatore può anche possedere doti tecniche fuori dal comune, ma se i dati suggeriscono una scarsa propensione a mettersi in discussione o una difficoltà di adattamento ai dettami tattici, allora quel profilo viene scartato senza troppi rimpianti.
A conti fatti, la scelta di puntare su Boga e di lasciar perdere altri obiettivi racconta molto più di cento interviste. Racconta di una Juventus che ha deciso di affidarsi a un cruscotto digitale per navigare le acque agitate del calciomercato, accettando il rischio di sbagliare ma con la consapevolezza di farlo seguendo una logica precisa. E se il campo, come in queste settimane, sta dando ragione ai numeri, allora non resta che prendere atto che l’algoritmo — quella parola tanto abusata quanto spesso fraintesa — può davvero fare la differenza, trasformando un esterno in ombra a Nizza nel giocatore rivelazione della seconda metà di stagione a Torino. Una lezione, per certi versi, che la Juventus aveva già imparato ai tempi del centrocampo che fece epoca con Vidal, Pogba e Marchisio: allora come oggi, il valore non sta tanto in ciò che spendi, ma in ciò che sai vedere prima degli altri.




