Un minuto per decidere, un aggettivo che divide: il decreto armi per Kiev passa senza Salvini
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Redazione Interno
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Il paradosso è servito sull'ultimo piatto dell'anno: il provvedimento che ha incupito per mesi il dibattito pubblico e privato della maggioranza, quello sugli aiuti militari all'Ucraina, è stato varato in un tempo record, un minuto o poco più, durante un Consiglio dei ministri dall'ordine del giorno striminzito. Un atto formale, quasi una ratifica, che ha chiuso una lunga fase di trattative e che è avvenuto in assenza di due figure chiave, il vicepremier Matteo Salvini e il ministro della Difesa Guido Crosetto, la cui mancanza ha contribuito ad alimentare il giallo istituzionale di fine dicembre. La scena madre, attesa da tempo, si è risolta in pochi fotogrammi, lasciando in primo piano non la sostanza della decisione – ormai data per scontata nelle alte sfere – ma le ultime, faticose mediazioni sul linguaggio da adottare.
La guerra delle parole sul comunicato
Proprio le ultime ore prima della riunione avevano infatti registrato un'ennesima schermaglia, incentrata su un singolo, significativo aggettivo. In una bozza preliminare circolata a Palazzo Chigi, il riferimento esplicito ai mezzi «militari» sembrava infatti essere stato espunto, come da tempo chiedeva la Lega nella sua richiesta di un tono più basso e di una svolta diplomatica. La notizia, trapelata rapidamente, aveva provocato l’immediata reazione delle opposizioni, che hanno parlato di un «balletto osceno» sulle parole mentre continua una guerra di aggressione. Quella che poteva apparire come una vittoria di Salvini si è però rivelata un'illusione, perché la strategia della presidenza del Consiglio, voluta da Giorgia Meloni e Antonio Tajani, è rimasta coerente: nel testo definitivo del decreto legge, il Titolo ha mantenuto integralmente la formula «cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari».
La Lega tra esultanza e concessione forzata
L'episodio ha regalato alla Lega un fugace momento di esultanza, subito seguito da una necessaria marcia indietro. Il partito, dopo aver visto apparentemente accolte le sue istanze in un documento provvisorio, si è trovato a dover accettare la versione finale voluta dal premier. A esprimere il malumore, in forma attenuata, è stato il capogruppo alla Camera, che ha parlato di una questione di stile, affermando che «a qualcuno è mancato» nel gestire la faccenda. Una presa di posizione che, se da un lato segnala il disagio per una sconfitta negoziale, dall’altro conferma l’accettazione di un fatto ormai compiuto. La tensione, per quanto palpabile, non ha quindi incrinato l’unità di voto della coalizione su un tema di politica estera così delicato, dimostrando come il braccio di ferro, per quanto aspro, avesse dei limiti ben precisi dettati dagli accordi di governo e dalle alleanze internazionali.
Il nodo della continuità nella strategia
Al di là delle polemiche lessicali, che pure hanno occupato spazio nel dibattito politico, la decisione finale conferma la linea di sostegno a Kiev intrapresa dall’esecutivo. Il decreto, che oltre all’invio di armamenti prevede anche misure per il rinnovo dei permessi di soggiorno dei profughi ucraini e per la sicurezza dei giornalisti freelance, non rappresenta una novità nella direzione, ma piuttosto una proroga di quanto già autorizzato in passato. Una scelta di continuità che, nonostante le assenze illustri nell’ultimo CdM e le diverse sensibilità interne, lega l’Italia agli impegni presi con gli alleati della NATO, in uno scenario internazionale dove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, da tempo schierato su posizioni critiche verso un supporto illimitato, guarda con attenzione i movimenti dei partner europei. L’approvazione rapida, quasi sommaria, del provvedimento segna dunque la fine di una farsa e l’inizio di un nuovo capitolo di impegno, mentre la guerra continua a mietere vittime e a richiedere, da parte dei governi occidentali, scelte nette e spesso divisive.




