Rapita a Baghdad la giornalista americana Shelly Kittleson, poi il rilascio e il mistero sul gruppo armato
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Redazione Esteri
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Sono state ore di tensione, quelle vissute ieri a Baghdad, con il rapimento in pieno giorno della giornalista statunitense Shelly Kittleson, una firma che collabora con testate italiane come Il Foglio e l’Ansa, e che si trovava nella capitale irachena per seguire gli sviluppi della complessa partita mediorientale. A dare l’allarme, la diffusione da parte di Washington di una fotografia – scattata dall’Afp – che ritraeva la cronista proprio nelle ore del sequestro, avvenuto nei pressi del celebre Palestine Hotel, un luogo simbolo della città e punto di riferimento per la stampa internazionale. Secondo le prime ricostruzioni, la reporter è stata prelevata con la forza da uomini armati che l’hanno caricata su un veicolo, facendo poi perdere le proprie tracce in un contesto urbano dove il controllo delle milizie, spesso vicine a Teheran, si intreccia con le dinamiche istituzionali del governo iracheno.
Il rapimento in pieno centro e le prime reazioni
Il sequestro, avvenuto nei pressi di uno degli hotel più sorvegliati della capitale, ha subito fatto scattare l’allarme tra i colleghi e le agenzie di stampa. La giornalista, che proprio nella giornata del rapimento aveva firmato un articolo sul Foglio, è stata accerchiata mentre si trovava all’esterno della struttura alberghiera. Le dinamiche del blitz parlano di un’azione rapida e mirata: non un agguato casuale, ma un’operazione condotta da un gruppo che, stando a indiscrezioni raccolte sul campo, potrebbe essere riconducibile a Kataib Hezbollah (Kh), il potente gruppo paramilitare sciita iracheno legato a filo doppio con Teheran. La notizia, in un primo momento circolata con toni drammatici, ha lasciato spazio nelle ore successive a voci contrastanti riguardanti un possibile rilascio, avvenuto secondo alcune fonti poche ore più tardi, in un clima di grande confusione e con informazioni ancora frammentarie sulla reale durata della detenzione.
La reporter dalle doppie collaborazioni italiane e americane
Shelly Kittleson, una cinquantenne con alle spalle una lunga carriera da inviata di guerra, non è una figura nuova per i lettori italiani. Il suo lavoro si colloca all’incrocio tra il giornalismo investigativo e la cronaca dal campo, con un’attenzione particolare alle dinamiche politiche e sociali del Medio Oriente, ambito che segue fin dagli esordi. La sua professionalità l’ha portata a collaborare stabilmente con testate americane, ma il legame con l’Italia è profondo: oltre ai contributi per il quotidiano Il Foglio e per l’agenzia Ansa, in passato ha lavorato anche nel nostro paese, costruendo una rete di contatti che oggi segue con apprensione l’evolversi della vicenda. La sua presenza a Baghdad, in un momento storico segnato dalle tensioni tra Washington e Teheran – con Trump, tornato alla Casa Bianca, che ha recentemente intensificato la retorica e le operazioni militari nella regione – non era certo occasionale, ma rispondeva all’esigenza di raccontare da vicino i contorni di un conflitto che si allarga sempre più.
Il contesto iracheno e il peso delle milizie filo-iraniane
A rendere intricata la vicenda è il contesto in cui si è inserita. Baghdad, nonostante gli sforzi del governo centrale per affermare la propria sovranità, resta un territorio in cui la presenza delle milizie dell’Hashd al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), e in particolare delle fazioni più vicine a Teheran come Kataib Hezbollah, rappresenta una variabile costante e spesso imprevedibile per la sicurezza. Il Palestine Hotel, situato sulla sponda orientale del Tigri, è storicamente un avamposto per i media stranieri; che un sequestro sia avvenuto in quella zona, in pieno giorno, ha quindi un valore simbolico forte, oltre che operativo. Mentre le diplomazie cercavano di fare chiarezza, i colleghi della Cnn riferivano che la giornalista “potrebbe essere tenuta in ostaggio” proprio da Kataib Hezbollah, circostanza che, se confermata, legherebbe il destino della reporter alle tensioni mai sopite tra gli Stati Uniti e le fazioni armate irachene sostenute dall’Iran.
Dalla paura al rilascio, in un clima di confusione
Le ore successive al rapimento sono state caratterizzate da una corsa contro il tempo per ottenere conferme. Sebbene alcune fonti iniziali parlassero di un rilascio avvenuto dopo poche ore, il quadro ufficiale è rimasto a lungo nebuloso, con il governo di Baghdad che evitava commenti immediati e Washington che monitorava la situazione senza divulgare dettagli operativi. Quella che era iniziata come una notizia drammatica – il rapimento di una cittadina americana in un’area ad alta densità di milizie – si è trasformata in un enigma giudiziario e diplomatico, dove l’assenza di comunicazioni ufficiali lasciava spazio a interpretazioni divergenti. L’attenzione, intanto, rimane alta, così come la preoccupazione per la sorte di una professionista che ha dedicato la propria carriera a raccontare le guerre e le crisi di un’area nevralgica per gli equilibri globali.




