La tregua a Gaza è finita, riprendono le tensioni
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Redazione Esteri
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La fragile tregua tra Israele e Hamas, durata 42 giorni, si è definitivamente incrinata, lasciando spazio a un nuovo capitolo di tensioni e violenze. Gershon Baskin, noto esperto di questioni mediorientali, non ha usato mezzi termini nel commentare la situazione ai media vaticani: "La tregua è finita", ha dichiarato, sottolineando come Israele non abbia alcuna intenzione di passare alla cosiddetta "fase due", che prevedeva il ritiro delle truppe e la fine del conflitto. Le parole di Baskin riflettono una realtà già emersa nelle ultime ore, con il blocco degli aiuti umanitari a Gaza e i raid aerei israeliani che hanno colpito diverse zone della Striscia.
Netanyahu, come aveva promesso fin dall’inizio ai suoi alleati di estrema destra, tra cui il ministro Bezalel Smotrich, sembra voler mantenere una linea dura. La decisione di interrompere gli aiuti umanitari, annunciata ieri, 2 marzo, ha scatenato immediate reazioni da parte delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie, che hanno lanciato l’allarme per le conseguenze su quasi due milioni di civili. L’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha puntato il dito contro Hamas, attribuendo al gruppo armato palestinese la responsabilità del fallimento dell’accordo.
Intanto, Osama Hamdan, alto funzionario di Hamas, ha accusato Israele di lavorare attivamente per "far crollare" l’intesa. In un video diffuso dall’ufficio media del gruppo, Hamdan ha denunciato le violazioni israeliane durante la prima fase della tregua, definendole una prova evidente della volontà di Tel Aviv di sabotare il processo di pace. "Israele non è interessato a negoziare la seconda fase", ha affermato, riferendosi alle pressioni per un’estensione dell’accordo che, secondo lui, nascondono un tentativo di evitare ulteriori impegni.
A complicare ulteriormente il quadro, i violenti scontri avvenuti oggi alla Knesset, il Parlamento israeliano, tra i parenti degli ostaggi ancora detenuti a Gaza e le forze di sicurezza. I familiari, riuniti nel Consiglio di ottobre, che rappresenta 1.500 famiglie in lutto e quelle dei prigionieri, hanno tentato di accedere alla tribuna degli ospiti, ma sono stati respinti dagli agenti. La protesta si è trasformata in un acceso confronto, culminato con la richiesta delle dimissioni del presidente della Knesset, Amir Ohana, accusato di non aver garantito un intervento tempestivo.




