Stefano Accorsi e quel momento “idiota” in cui si sentiva Dio, prima di sfracellarsi

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C'è un passaggio, nell'intervista rilasciata da Stefano Accorsi al Corriere della Sera, in cui l'attore bolognese ripercorre gli esordi con la lucidità di chi, quei riflettori, li ha visti accendersi all'improvviso e, forse, anche per questo ha potuto misurarne il potenziale abbagliante. Classe 1971, reduce dal successo del film di Gabriele Muccino Le cose non dette – pellicola che lo vede interpretare un uomo alle prese con una crisi esistenziale mascherata da ossessione per il fitness -5 – Accorsi si sofferma su quel periodo a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del Duemila, quando i film si susseguivano e il consenso sembrava un fiume in piena. Fu lì, in quella concatenazione di eventi professionali che lo portarono da Jack Frusciante è uscito dal gruppo a L'ultimo bacio, passando per La stanza del figlio e Le fate ignoranti, che l'attore ammette di aver pensato: "Ma allora sono Dio" -1. Un'ammissione che lui stesso definisce "idiota", e che arriva dopo aver constatato come l'ingrediente segreto di quei trionfi, a suo dire, dovesse essere per forza lui.

La consapevolezza, in realtà, arrivò subito dopo, sotto forma di una caduta metaforica che definisce con un verbo netto, quasi violento: sfracellarsi. Il successo, quello vero e travolgente, portò con sé un carico di aspettative e una pressione inaspettata, fatta di paura di sbagliare film, di fan fuori dal portone di casa e di un'attenzione talmente pervasiva da rendere impossibile la reciprocità dello sguardo. Racconta di un ragazzo che, riconoscendolo mentre era alla guida, si distrasse causando un incidente: fortunatamente senza conseguenze gravi, ma quell'episodio gli restituì la nitida sensazione di essere passato dall'altra parte, quella in cui si è solo guardati, privati della possibilità di osservare il mondo -3. Un paradosso per un attore, la cui professione si fonda proprio sull'osservazione. E fu in quel momento, complice forse anche il trasferimento a Parigi e una parabola artistica che sembrava essersi arrestata, che arrivarono le notti difficili, pianto a letto a chiedersi se quel successo sarebbe mai tornato -3.

Poi, naturalmente, c'è la dimensione privata, che per un uomo che ha quattro figli – Orlando e Athena, avuti da Laetitia Casta, e i più piccoli Lorenzo e Alberto, nati dal matrimonio con Bianca Vitali – rappresenta il contrappeso quotidiano alla professione -6. Accorsi parla del suo ruolo di padre con un pragmatismo che lascia spazio a poche derive sentimentali: racconta, a proposito del figlio maggiore Orlando, che sta facendo l'università a Parigi lavorando come cameriere in un ristorante italiano -1. Una scelta, quella di spingerlo a mantenersi, che l'attore giustifica con l'importanza di imparare il valore del guadagno, proprio come fece lui da ragazzo quando faceva il bagnino. Il riferimento a Umberto Eco, citato per spiegare che si diventa ciò che il padre è negli scampoli di tempo, suggerisce una riflessione più ampia sull'eredità immateriale, su quel bagaglio di esempi che si trasmettono anche quando non si è deliberatamente in cattedra -1.

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