Gli influencer Maga scaricano Trump: "È finito"
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Redazione Esteri
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La frattura nella galassia conservatrice, quella che solitamente si mobilitava compatta dietro lo slogan “America First”, non è più una crepa sottile ma un vero e proprio baratro. Negli Stati Uniti, a oltre un anno dalla sua rielezione, il presidente Donald Trump si trova a fronteggiare un nemico inaspettato, che arriva dritto dalle retrovie del suo stesso fronte. Non si tratta di avversari democratici, i quali – va detto – restano in una crisi di identità quasi altrettanto profonda, ma di quei podcaster e influencer che fino a ieri erano i suoi più potenti megafoni digitali. Personaggi come Shawn Ryan, ex Navy SEAL con milioni di seguaci, hanno iniziato a insinuare pubblicamente dubbi inquietanti, concentrandosi su un tema che fino a poco tempo fa era un tabù assoluto per i sostenitori del tycoon: il suo declino mentale.
Ryan, che aveva ospitato Trump nel suo show durante la campagna elettorale, ha recentemente osservato come il presidente appaia “a bassa energia” e “mentalmente scivoloso”, un’accusa che ricalca ironicamente quelle che lo stesso Trump lanciava senza sosta contro Joe Biden. Non è un caso isolato, ovviamente. Anche due ex funzionari della prima amministrazione, l’avvocato Ty Cobb e l’ex portavoce Stephanie Grisham, hanno parlato apertamente di un declino cognitivo “palpabile”, descrivendo conferenze stampa sempre più sconclusionate e momenti di evidente stanchezza fisica durante impegni ufficiali. Questa critica interna, sebbene ancora gestita con cautela da molti, toglie a Trump quella protezione ideologica che per anni lo ha reso immune alle accuse di inettitudine.
L’effetto Iran e il crollo dei sondaggi
Ciò che ha realmente innescato questa ribellione tra le fila dei “fratelli Maga”, come vengono chiamati gli influencer di destra, è la gestione del conflitto in Iran. La guerra, entrata ormai nella sua quinta settimana, ha trasformato le promesse elettorali di pace e disimpegno militare in un pesante fardello politico. Secondo i dati diffusi dal Corriere della Sera e confermati da rilevazioni come quelle Reuters/Ipsos, l’indice di gradimento di Trump è crollato di ben 17 punti, toccando quota 36%. Per capire la gravità del momento, basta un paragone: oggi Trump è meno popolare di quanto lo fosse Joe Biden dopo il fatidico dibattito del 2024, quello che di fatto costrinse il dem al ritiro.
I numeri, se analizzati nel dettaglio, rivelano un’emorragia di consensi inaspettata proprio tra le colonne portanti della sua vittoria schiacciante. Il sostegno tra gli elettori latinoamericani, che nel 2024 si erano spostati verso il tycoon in misura storica (con un +20% rispetto al 2016), è crollato al 22%. Anche i giovani uomini, un altro segmento cruciale che aveva garantito la svolta nei cosiddetti “swing states”, lo stanno abbandonando in massa, con un calo di 20 punti percentuali nel giro di soli dodici mesi. La ragione di questo tracollo non è solo ideologica, ma profondamente economica: il caro vita e l’impennata del prezzo della benzina, conseguenza diretta delle tensioni in Medio Oriente, stanno erodendo il potere d’acquisto delle classi popolari che avevano creduto nella rinascita economica promessa da Trump.
Il tradimento dei “fratelli Maga”
Quello che rende unica questa crisi rispetto alle precedenti burrasche politiche è il ruolo attivo dei cosiddetti “influencer”. Non si tratta più di semplici critiche mosse da editoriali del New York Times, ma di attacchi diretti provenienti da personalità che hanno costruito la loro fortuna sulla lealtà a Trump. Shawn Ryan, in particolare, ha scatenato i suoi follower insinuando che il presidente, circondato da fedelissimi come l’ex candidato alla Camera dei rappresentanti Matt Gaetz (la cui nomina a procuratore generale era saltata), stia nascondendo un decadimento fisico simile a quello che aveva tanto deriso in Biden.
Questi attacchi, veicolati attraverso podcast da milioni di ascolti, hanno un effetto moltiplicatore devastante sulla base elettorale. Mentre i media tradizionali cercano di analizzare le virgole dei comunicati della Casa Bianca, la guerra di logoramento si combatte sui social, dove la narrazione del “Trump forte e vincente” sta cedendo il passo a quella del “leader stanco e fuori fase”. Eppure, paradossalmente, non tutto è perduto per il presidente. Se il fronte esterno crolla, la sua base più fedele – quella dei repubblicani che votano sempre – sembra resistere: un recente sondaggio J.L. Partners rivela che l’83% dei probabili elettori Gop sostiene ancora l’operazione militare “Epic Fury” contro l’Iran, fidandosi del giudizio di Trump più che di critici come Tucker Carlson o Megyn Kelly.
La doppia sfida tra Casa Bianca e Midterm
Mentre l’amministrazione tenta di gestire il naufragio di consensi, la situazione internazionale complica ulteriormente i piani di rilancio politico. L’operazione di salvataggio di un pilota disperso in Iran ha offerto un breve momento di tregua mediatica, ma non è bastata a sanare la ferita. Le voci di un rimpasto di governo si fanno insistenti: dopo le uscite di Pam Bondi e Kristi Noem, il presidente starebbe valutando ulteriori cambi ai vertici della sicurezza nazionale, con figure come Tulsi Gabbard e Howard Lutnick ritenute a rischio.
A meno di sette mesi dalle elezioni di Midterm, il dado è tratto. I sondaggi, con tutti i limiti che abbiamo imparato a conoscere dopo le sorprese del 2016 e del 2020, raccontano di un elettorato indipendente che rifugge la guerra: il 58% degli indipendenti disapprova la gestione Trump dell’Iran, un dato che potrebbe tradursi in una débâcle storica per i repubblicani alla Camera. Se i democratici, ancora alla ricerca di una propria identità dopo la sconfitta del 2024, riuscissero a capitalizzare questo malcontento senza commettere gli errori del passato, la maggioranza risicata di Trump rischierebbe seriamente di saltare. Per ora, il presidente rimane un combattente solitario, braccato non tanto dall’opposizione, ma dal lento e inesorabile disincanto di chi lo aveva portato sul trono.




