Disturbi alimentari: le parole che feriscono e l'emergenza che colpisce i più piccoli

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il 15 marzo, in occasione della Giornata internazionale della sensibilizzazione sui disturbi del comportamento alimentare, il tema torna a scuotere coscienze e a interrogare famiglie, medici e istituzioni. Un fenomeno che, purtroppo, non conosce tregua e che si insinua sempre più precocemente nella vita di bambini e adolescenti, strappando loro l’infanzia. A nove anni, l’immaginario di una bambina dovrebbe essere popolato da giochi, risate e piccole preoccupazioni quotidiane, come la scelta del colore delle penne o l’organizzazione di un balletto in cameretta. Eppure, c’è chi a quell’età inizia già a fare i conti con un rapporto distorto con il cibo, sminuzzando le porzioni per non mangiarle o pianificando cosa eliminare dal piatto.

I disturbi alimentari, che includono anoressia, bulimia e il disturbo evitante-restrittivo dell’assunzione di cibo (Arfid), stanno diventando un’emergenza sempre più allarmante, con un’età di esordio che si abbassa fino a raggiungere i banchi delle scuole elementari. Un dato che spaventa, soprattutto perché precede i naturali cambiamenti del corpo, rendendo ancora più complesso il percorso di cura e consapevolezza.

Nel 2023, il servizio sanitario regionale ha assistito 2.564 persone affette da queste patologie, di cui il 95% donne. La fascia più colpita rimane quella dei giovani tra i 14 e i 24 anni, ma i numeri crescono anche tra i più piccoli, con un aumento del 60% di pazienti under 18 registrato negli ultimi anni. Nonostante ciò, le risorse dedicate a questa emergenza sembrano insufficienti. Nel Lazio, ad esempio, i posti letto negli ospedali e nelle strutture residenziali sono rimasti invariati da due anni, mentre la richiesta di aiuto continua a crescere in modo esponenziale.

Ma i disturbi alimentari non sono solo una questione di numeri o di risorse. Sono soprattutto una battaglia quotidiana che si combatte su più fronti, a partire dalle parole che si scelgono. Frasi come “Sei dimagrito/a, stai molto meglio”, apparentemente innocue, possono infatti trasformarsi in veri e propri colpi bassi per chi sta lottando contro un disturbo del comportamento alimentare. Esprimere giudizi sull’aspetto fisico o sul cibo, anche quando dettati dalle migliori intenzioni, rischia di alimentare insicurezze e di rinforzare meccanismi patologici.

La storia di chi ha vissuto queste esperienze in prima persona, come quella di una giovane donna che durante il Covid ha smesso di mangiare ma oggi è guarita, dimostra quanto sia profondo il segno che queste patologie lasciano su corpo e mente. Un percorso di cura che richiede tempo, supporto e, soprattutto, una rete di assistenza adeguata.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.