Il raid dell’Idf in Libano e le due partite aperte di Netanyahu: sul tavolo la sicurezza e la diplomazia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’incursione militare israeliana in territorio libanese – che ha portato nelle ultime ore a un bilancio di quattordici vittime accertate – si inserisce in un quadro di crescente tensione dove la tregua, prolungata per tre settimane dopo i primi dieci giorni di cessate il fuoco in vigore dal 17 aprile, appare ormai una formula vuota. A ricordarcelo sono i continui bombardamenti dell’Idf nel sud del Paese e nella valle della Beqaa, colpita per la prima volta dopo l’entrata dell’ultimo accordo; dall’altra parte, le violazioni di Hezbollah in risposta hanno di fatto reso il cessate il fuoco una finzione pericolosa, se non un’ipocrita copertura diplomatica. Il premier Benjamin Netanyahu, nel corso di un incontro con lo Stato Maggiore, ha sintetizzato la situazione con un’analisi che distingue nettamente due partite, entrambe aperte e interdipendenti: quella politica e quella della sicurezza. “Quello che mi aspetto da voi – ha detto rivolgendosi ai vertici militari, con una chiara allusione alla necessità di chiudere rapidamente il fronte operativo – è che risolviate la minaccia dei missili e quella dei droni” provenienti dal Libano, ovvero dalle postazioni di Hezbollah. Una frase, quest’ultima, che non lascia spazio a interpretazioni: la priorità immediata resta l’eliminazione dei velivoli senza pilota, considerati una fonte di vulnerabilità strategica.

L’attacco di ieri e la valle della Beqaa come nuovo teatro

I filmati diffusi dall’esercito israeliano mostrano la distruzione sistematica delle infrastrutture del gruppo sciita nella valle della Bekaa, un’area orientale del Libano storicamente considerata roccaforte logistica di Hezbollah. Qui i raid, avvenuti nonostante il teoricamente vigente prolungamento della tregua, hanno colpito depositi di armi e postazioni avanzate; un’operazione che, per tempistica e modalità, suggerisce come Tel Aviv abbia deciso di non attendere oltre, preferendo agire in autonomia. D’altra parte, lo stesso Netanyahu ha chiuso il suo intervento con un passaggio volto a tenere aperto il secondo fronte, quello negoziale: “Sul piano diplomatico – ha aggiunto – credo che saremo in grado di trovare una soluzione se risolveremo la sicurezza”. Una subordinata condizionale che suona quasi come un ultimatum: prima la neutralizzazione delle minacce, poi si potrà discutere. Ma è proprio su questo punto che si incaglia ogni possibile evoluzione, perché la controparte libanese, o meglio la sua componente armata più influente, sembra orientata in direzione opposta.

Hezbollah chiude la porta ai negoziati diretti

Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha ribadito con parole nette il rifiuto di qualsiasi tavolo bilaterale con Israele, definendo l’eventuale avvio di negoziati diretti una “pericolosa deviazione” che rischierebbe di trascinare il Libano in un “ciclo di instabilità”. “Rifiutiamo categoricamente di negoziare direttamente con Israele” – si legge in un comunicato letto sull’emittente di riferimento al Manar – ed è responsabilità delle autorità libanesi evitare un errore che spingerebbe il Paese in una spirale senza fine. Una posizione, questa, che mette in difficoltà il governo di Beirut, già accusato da più parti di non avere il controllo effettivo del proprio territorio e delle milizie che vi operano. Tanto che, negli stessi giorni, fonti vicine all’esecutivo libanese hanno lasciato trapelare una certa insofferenza verso Hezbollah, con qualche esponente che arriverebbe a definire le stragi in corso come una “colpa sua”, ovvero del partito armato che continua a provocare Israele senza preoccuparsi delle vittime civili.

Stragi nel sud e un cessate il fuoco ormai impossibile

Definire quello in Libano un cessate il fuoco è, a questo punto, impossibile. Ieri è entrato in vigore il prolungamento di tre settimane della tregua di dieci giorni cominciata il 17 aprile, ma che dall’inizio è stato violato prima da Israele e poi da Hezbollah in risposta. Un meccanismo di reciproche rappresaglie che ha reso ogni accordo carta straccia. Le stragi israeliane nel sud del Libano – con i quattordici morti dell’ultimo raid che si aggiungono a un elenco già lungo – non hanno subito soste, e la diplomazia internazionale, per ora, appare impotente. Netanyahu, dal canto suo, ha ottenuto dallo Stato Maggiore l’impegno a fermare i droni “a ogni costo”, una direttiva che legittima operazioni mirate anche oltre i limiti formali della tregua. Resta così aperto il doppio conflitto: uno militare, combattuto con i caccia e i missili, e l’altro politico, dove Hezbollah rifiuta persino di riconoscere il diritto di Israele a sedersi al tavolo. E finché durerà questa impossibilità di dialogo, i bombardamenti sulla valle della Beqaa e sul sud del Paese sono destinati a continuare, senza che nessuna delle due parti sembri disposta a cedere per prima.

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