Libano, il soldato dell’Idf e la statua di Gesù decapitata a mazzate
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Redazione Esteri
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Non è un fotomontaggio, né il frutto di una generazione artificiale che ormai confonde spesso il confine tra reale e verosimile. L’immagine che sta facendo il giro del web – e che ha spinto il ministero degli Esteri israeliano a un intervento immediato – ritrae un militare in divisa mentre colpisce con violenza la testa di un crocifisso, una statua che sarebbe poi crollata o che comunque è apparsa, negli scatti successivi, priva della sua figura centrale. L’episodio, avvenuto nel villaggio cristiano di Debl, nel sud del Libano, sarebbe stato registrato durante le operazioni di “bonifica” che l’esercito di Tel Aviv sta conducendo nella zona, finalizzate alla rimozione di infrastrutture riconducibili a Hezbollah. La stessa autenticità del video, diventato rapidamente virale, è stata confermata dalle Forze di Difesa Israeliane, le quali hanno subito incassato la condanna del loro stesso vertice politico.
La condanna di Netanyahu e il “disvalore” dell’esercito
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, che siede ora nuovamente alla guida del paese da più di un anno senza che ciò costituisca più una novità per l’opinione pubblica internazionale, ha definito il gesto “scioccante e triste”, sottolineando come esso sia “contrario ai valori” dello Stato ebraico. A muoversi per primo, però, era stato il capo della diplomazia, Gideon Sa’ar, il quale non ha esitato a bollare l’accaduto come “un atto vergognoso”, aggiungendo – in una dichiarazione che ha cercato di separare l’azione del singolo dalla politica nazionale – che Israele è un paese che “rispetta tutte le religioni”. L’esercito, dal canto suo, ha parlato di “grave severità” e ha ammesso che la condotta del soldato è “del tutto incoerente” con i valori che dovrebbero guidare le truppe; per questo motivo, il comando Nord ha già aperto un’indagine interna che procederà “attraverso la catena di comando”, promettendo misure appropriate a carico dei responsabili.
La reazione della chiesa e il caso di Debl
Se da un lato le istituzioni israeliane cercano di arginare il danno d’immagine, dall’altro la comunità cristiana internazionale ha manifestato il proprio sdegno senza mezzi termini. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha parlato di un “grave affronto alla fede cristiana”, chiedendo che un atto del genere non venga tollerato e che si faccia piena chiarezza. Del resto, Debl – la località dove è stato scattato lo scatto – è un villaggio a maggioranza cristiana in un’area dove le operazioni militari si trascinano ormai da tempo, nonostante i fragili cessate il fuoco stipulati nei mesi scorsi. Il gesto del militare, che ha colpito più volte con un martello la statua di Gesù, finendo per decapitarla, rappresenta un episodio di cronaca nera che va oltre la semplice violenza sugli oggetti: è la profanazione di un simbolo religioso in un territorio già martoriato da decenni di conflitti e tensioni.
L’inchiesta e le scuse ufficiali
Mentre il materiale continua a circolare sui social alimentando la polemica, l’Idf ha assicurato che verrà presto fatta luce sulla dinamica e che si procederà a restaurare la statua, con l’aiuto della comunità locale che ne aveva richiesto la protezione. Non si conoscono ancora i dettagli dell’inchiesta né l’entità della punizione che colpirà il militare, anche se Sa’ar si è spinto fino a porgere le proprie scuse ufficiali “a ogni cristiano che si sia sentito ferito”. Quello che emerge, al netto delle dichiarazioni di rito, è un quadro complesso: un soldato che perde il controllo nel bel mezzo di una “bonifica” e danneggia un’icona religiosa, un governo che prende subito le distanze per non inimicarsi la piazza internazionale e una comunità religiosa che, ancora una volta, si trova a fare i conti con la furia devastante della guerra. Non ci sono giudizi da esprimere né previsioni da azzardare, solo la certezza che un’immagine – quella della statua mutilata – resterà a lungo impressa nella memoria di chi la guarda, come simbolo di una violenza che spesso colpisce anche ciò che è considerato sacro.




