Libano, trenta giorni di carcere ai soldati che hanno fracassato la testa di Gesù

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esercito israeliano, dopo aver condotto le dovute verifiche interne sul materiale audiovisivo che nel frattempo aveva fatto il giro del mondo, ha infine quantificato in trenta giorni di reclusione – oltre all’esonero immediato dal servizio – la punizione per i due militari resisi protagonisti, nel sud del Libano, della distruzione di una statua raffigurante Gesù Cristo. La vicenda, emersa quando ormai il territorio libanese meridionale si trova stabilmente sotto occupazione militare israeliana, ha visto uno dei soldati abbattere a martellate l’effigie sacra mentre l’altro, complice o semplice cronista armato di telefono, riprendeva l’intera scena. Ne è scaturita un’immagine destinata a diventare, a tutti gli effetti, un “casus belli” simbolico tra il mondo cristiano e le nazioni belligeranti in Medio Oriente, sebbene la risposta giudiziaria-militare israeliana abbia cercato di arginare sul nascere la portata dello scandalo.

Il crocifisso rimosso e la reazione del contingente Unifil

A Debel, città libanese dove l’atto vandalico era stato consumato, un nuovo crocifisso è stato prontamente ricollocato nel punto esatto dove sorgeva il precedente, andato in frantumi. A darne notizia è stato padre Claudio, sacerdote italiano in servizio con la missione Unifil; costui, dopo aver espresso profondo rammarico per l’accaduto, ha spiegato di aver contattato immediatamente la missione delle Nazioni Unite per chiedere la sostituzione del simbolo religioso. Quel Cristo offeso, nelle parole del religioso, non ci indigna soltanto, ma ci interroga profondamente, coinvolgendo un’intera civiltà che sull’esempio – e sul sacrificio – di quell’uomo messo in croce ha offerto per secoli, e continua a farlo, un modello di vita non solamente interiore. L’immagine che ha fatto il giro del mondo, se non la guardiamo distrattamente, trasmette una forza straordinaria; allo stesso modo, assale chi osserva l’affresco con cui Michelangelo raffigurò il martirio di Pietro nella Cappella Paolina, crocifisso a testa in giù – proprio come appare la statua di Debel durante l’assalto del soldato – e con lo sguardo non rivolto verso l’alto, né verso i suoi torturatori, bensì all’esterno, verso chi guarda la scena. Noi.

La nuova statua donata dai caschi blu italiani

In un successivo sviluppo, il contingente italiano di Unifil ha donato alla comunità di Debel una nuova statua di Gesù, aggiungendosi a quella già consegnata a titolo sostitutivo dalle stesse Forze di difesa israeliane. Un gesto, quest’ultimo dei caschi blu, dal forte valore simbolico per il villaggio e per la popolazione locale, che ha visto così succedersi due diverse iniziative riparatorie: la prima, ufficiale e proveniente da chi la statua l’aveva materialmente distrutta; la seconda, più propriamente legata alla presenza storica della missione italiana in quell’area. Si tratta, lo si può notare, di un passaggio delicato, perché intreccia la sfera disciplinare interna a un esercito straniero (quello israeliano) con la dimensione diplomatica e religiosa propria dei contingenti internazionali.

Tra inchiesta militare e cronaca giudiziaria di un simbolo

La vicenda, sotto il profilo giudiziario-militare, si era fin da subito prestata a molteplici letture: da una parte l’esercito israeliano ha voluto dimostrare celerità e trasparenza, aprendo un’inchiesta che ha portato alla condanna dei due soldati; dall’altra, la pena di trenta giorni di carcere – per quanto sia un provvedimento disciplinare non trascurabile – appare a molti sproporzionata rispetto alla natura oltraggiosa del gesto, commesso in territorio occupato e ai danni di una minoranza religiosa (quella cristiana libanese). Tuttavia, nessuna delle parti in causa ha finora fornito elementi ulteriori sulle generalità dei due imputati, né sulle modalità specifiche dell’inquadramento penale all’interno del codice militare israeliano. Quel che resta, al netto della sanzione inflitta, è una ferita simbolica difficilmente richiudibile con una semplice sostituzione di manufatto lapideo; e mentre i militari italiani dell’Unifil si adoperano per ricucire lo strappo, la statua ormai in frantumi continua a interrogare – come l’affresco michelangiolesco – chiunque posi lo sguardo su di essa.

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